Frances Trollope: la signora inglese che visitò l’America

Le sponde continuavano invariabilmente piatte, ma una successione di ville, circondate dai campi di canne da zucchero e dalle baracche dei negri, variavano la monotonia del paesaggio.

Per un tratto di centoventi miglia, dal Balize al New Orleans, e per cento miglia oltre la città, il territorio è difeso dall’invasione del fiume da un alto argine che viene chiamato il Levée. Prima del nostro arrivo c’erano state piogge forti e continue, che avevano messo a dura prova la barriera. Sì, l’uomo si era dato da fare, e persino le più potenti forze della natura s’erano piegate sotto la sua mano. Ma per quanto? Non potei evitare di immaginarmi che un giorno la natura ora sottomessa avrebbe ripreso nelle proprie mani la faccenda, e in quel caso, addio New Orleans.[1]

 

Dipinto olio su tela di Franes Trollope eseguito da Auguste Hervieu, c.1832 

È con lo sguardo rivolto alla costa americana che Frances Trollope (10 marzo 1779 – 6 ottobre 1863) accoglie il lettore tra le prime pagine di quello che poi sarebbe diventato un lungo e appassionante diario di un viaggio, un attento e puntuale reportage di 4 anni trascorsi tra le terre del Sud e dell’Ovest degli Stati Uniti d’America.

Nata in Inghilterra in una famiglia benestante grazie all’impiego del padre, il Reverendo William Milton, Frances rimane orfana di madre all’età di soli 5 anni.

Dopo aver trascorso l’infanzia in famiglia nella dimora di Stapleton (Bristol) circondata da numerosi libri di letteratura inglese e italiana, la giovane, insieme alla sorella Mary, si trasferisce al 27 di Kepple Street nel quartiere londinese di Bloomsbury[2] dove il fratello Henry è impiegato presso l’ufficio del Ministero della Guerra.

È il 1803 e  vivere in un quartiere come quello di Bloomsbury può significare solo barcamenarsi tra gli impegni di una vita frenetica scandita da numerosi eventi culturali e altrettante occasioni mondane durante cui è facile imbattersi in curiose personalità dell’epoca e facoltosi uomini e donne appartenenti all’alta società inglese.

In questo contesto di frivolezze, Frances Milton e l’avvocato Thomas Anthony Trollope incrociano il proprio sguardo restando incantati l’uno dall’altra tanto da decidere, in breve tempo, di convolare a nozze.

Nonostante l’affetto reciproco, il loro rapporto si dimostra complicato fin da subito e Frances inizia a soffrire di attacchi di ansia e forti crisi depressive causate dalla disapprovazione del marito nei confronti della passione che ella nutre per la vita mondana e il suo incondizionato amore nei confronti della letteratura.

Riuscire a vivere in un ambiente tanto ostile diventa perciò sempre più difficile così, nel tentativo di apportare delle migliorie al proprio rapporto con il marito, Frances decide di trasferire tutta la sua famiglia[3] in una casa sita nelle dolci e verdi campagne inglesi.

La situazione però non sembrava migliorare, tutt’altro, e la mancanza sempre maggiore di beni materiali ed economici costringe la donna a rivolgersi a personaggi influenti dell’alta società britannica nella speranza di trovare un aiuto.

Fortunatamente questo sembra non farsi attendere infatti, non appena appreso della condizione di Frances, “Fanny” Wright – eccentrica nobildonna dalle idee rivoluzionarie molto affini a quelle della Trollope  – decide di mandare una missiva direttamente al Marchese di Lafayette, con il quale ella intrattiene da tempo una serrata corrispondenza, per tentare di fare ottenere all’amica ciò di cui ella sembra avere più bisogno.

A seguito della lettera, il Marchese invita la donna a trascorrere un periodo di tempo presso la propria tenuta di La Grange, in Borgogna, dove ella si reca per la prima volta nel 1824 – a seguito di questa prima visita, Frances, nel corso dei tre anni successivi, si reca più volte in territorio francese prima di prendere la decisione d’intraprendere un viaggio ben più lungo e dispendioso verso gli Stati Uniti in compagnia della stessa “Franny” Wright, i figli più piccoli e August Jean Hervieu.[4]

Lo scopo del viaggio non sarebbe stato solo quello di dare sfogo alla nuova passione di Trollope per le esplorazioni e andare così alla scoperta di una terra sconosciuta, ma anche e soprattutto recarsi presso la tenuta di Nashoba[5] in Tennesee dove Mrs. Wright aveva fatto costruire solo due anni prima un intero complesso di stabili utilizzati come centro per la riabilitazione degli schiavi neri liberati.

Raggiunta finalmente la costa del nuovo continente, Frances riesce subito a percepire un’atmosfera diversa rispetto a quella a cui l’ha abituata l’elegante società inglese e, dando solo un rapido sguardo ella sente che affrontare questo nuovo popolo che riconosce negli inglesi degli ‘stranieri’ – condizione che indispettisce non poco la donna – sarà una delle avventure più grandi e profonde della vita: è ben consapevole del fatto che, presto, si sarebbe dovuta confrontare con paesaggi completamente diversi da quelli inglesi e con una società in cui sono ancora presenti i retaggi di razzismo e schiavismo a cui ella è fortemente contraria, ciò che non è in suo potere, è immaginare il panorama che presto le si sarebbe presentato di fronte agli occhi e che poi, nei momenti di solitudine, ella avrebbe appuntato con dovizia di particolari nei suoi taccuini.

Uno degli aspetti che credo abbia colpito Frances come ha colpito me durante la lettura, è stato provare distintamente la sensazione di solitudine di questo popolo, privo di un qualsiasi hummus culturale e religioso fondamentale per creare quel senso di comunità a cui il vecchio mondo era abituato da secoli; in quei luoghi, il miscuglio di razze e lingue ha creato una caotica situazione in cui i ‘bianchi civilizzati’ – almeno così loro si autodefiniscono pur essendo quasi completamente allo scuro di ciò che significhi raffinatezza ed eleganza nel momento in cui anche i più altolocati mangiano anguria sputando noccioli dovunque capiti –, gli indiani d’America – relegati nelle riserve – e i negri – importati dai propri luoghi di nascita all’unico scopo di prestare la propria forza lavoro come schiavi – vivono in un equilibrio piuttosto precario che non fa altro che dare adito a situazioni di disagio ambientale e sociale con cui questo Paese, ancora oggi, seppur in modalità differenti, si trova a fare i conti.

Viaggiando lungo le vie di comunicazione tra i territori del Sud e dell’Ovest, Frances riporta, con una divertente punta d’ironia, l’arroganza e la rozzezza tipica di questi uomini, i quali non sembrano avere alcun rispetto né per se stessi – sprecando la maggior parte del proprio denaro in whiskey venduto per soli «due centesimi al gallone» – né per le proprie donne costrette a una dura vita di lavoro in qualità di padrone di casa attente alle faccende come ai doveri sociali a cui sono obbligate a partecipare nel tempo a essi concesso nelle loro interminabili giornate.

In un piacevole passaggio del suo diario, Frances racconta al lettore la traumatica esperienza di riuscire a trovare una domestica in tutta la cittadina di Cincinnati, Ohio, luogo in cui la famiglia accompagnata da Mr. Hervieu si stabilisce per un breve periodo di tempo: per prima cosa, precisa la scrittrice, quest’ultime non amano essere definite domestiche bensì “aiuti” in quanto donne libere che decidono di andare a servizio presso la casa di uomini facoltosi per un periodo di tempo utile per racimolare una piccola fortuna e poi abbandonare la propria carica con lo scopo di ritornare in famiglia, sposare un uomo facoltoso o, ancor meglio, riuscire a trovare impiego come operaie presso una delle tante fabbriche, da poco sorte in gran parte del Nord degli Stati Uniti, e affermare così la propria indipendenza economica; in secondo luogo, è necessario imparare a convivere con la loro insolenza nel dare libero sfogo alle proprie idee in presenza della padrona di casa o nel domandare sfacciatamente in prestito un abito da indossare la sera stessa in occasione di un evento mondano.

Bisogna dire che, nonostante l’ampio sguardo attraverso cui Trollope analizza e osserva  la situazione della donna nella società del suo tempo, non solo come “angelo del focolare domestico” ma anche come compagna ed essere umano dotato d’intelligenza e spirito critico, ella, ignara vittima di un’arrogante società patriarcale, fatica a comprendere il motivo per cui una donna dovrebbe preferire una vita segnata dalla fatica di un lavoro mal pagato ed esercitato in pessime condizioni rispetto all’onesto impiego come domestica presso una famiglia benestante che può assicurare un ottimo stipendio e una migliore condizione di lavoro.

A tentare di trovare il bandolo della matassa, arriverà un secolo dopo una convinta femminista come Virginia Woolf [6], la quale troverà il modo di spiegare in maniera chiara e semplice quale sia il vantaggio di una vita indipendente anche per le donne ma, per il momento, accontentiamoci di leggere un lungo e interessante passaggio di Trollope in merito all’importanza della figura femminile all’interno della società:

 

Se gli americani accettassero un consiglio da una dama inglese, li inviterei a destinare maggior affetto e considerazione alle loro donne. […] Gli uomini mancano di calore, interesse, sentimento, verso tutto quello che non li tocca personalmente nell’immediato. Il loro egocentrismo ha un effetto paralizzante sulla conversazione. Detestano ogni inclinazione letteraria, che pure potrebbe contribuire ad allargare i loro ristretti confini mentali e culturali, dotandoli della capacità di comunicare, verso cui si mostrano tanto refrattari. Al contrario, le donne sono sensibili alle lettere, vorrebbero frequentarle e praticarle, ma sono prigioniere in una cappa soffocante d’impegni quotidiani. Paradossalmente, migliorando il proprio stato, renderebbero migliori anche gli uomini che le circondano: una donna colta e raffinata suscita ammirazione e rispetto […] Dovessero mai, le donne d’America, scoprire quale potrebbe essere il loro potere, e confrontarlo con quello che attualmente esercitano, ci sarebbe da sperare in un grande miglioramento. […] In America, fatta eccezione per la danza, tutti i divertimenti degli uomini si svolgono in assenza delle donne. Pranzano, giocano a carte, ascoltano musica, vanno a teatro, sempre senza donne. Quelle sono a casa, a occuparsi del tran-tran quotidiano. Anche nelle famiglie ricche, non è concesso alle donne un aiuto. Come se inamidare e stirare, impastare pudding e torte fosse il massimo divertimento.[7]

 

Prosegue così – tra un’appassionata arringa contro l’esclusione delle donne dalla vita sociale, una dettagliata descrizione del paesaggio mozzafiato e le curiose e, a volte, spiacevoli maniere degli americani – l’itinerario americano dei Trollope che si conclude nel 1831 con il ritorno in patria dovuto a numerosi debiti contratti dalla famiglia già in precarie condizioni finanziarie aggravate dallo stesso viaggio durante cui la scrittrice non riesce a procurarsi il denaro necessario al sostentamento suo e dei propri figli.

Al suo ritorno in Inghilterra, è ancora Frences a farsi carico di trovare una soluzione per consentire alla propria famiglia di sopravvivere e ripagare i propri debiti: dopo aver scrupolosamente riordinato i propri appunti di viaggio, ella decide di dare alle stampe il manoscritto e nel 1832 compare nelle librerie inglesi e americane Domestic manners of americans, titolo che riscuote un ampio successo in patria come all’estero nonostante le perplessità in merito al bilancio finale redatto dalla scrittrice in cui ella afferma di non poter dare un giudizio univoco in merito al popolo americano potendosi solo limitare a restituirne l’immagine più fedele possibile.

A dire il vero, a mio avviso, si possono cogliere nel testo almeno due punti in cui Trollope si abbandona ad affermazioni più passionali in merito alla tematica tuttavia non credo che questi possano essere sufficienti per trarre conclusioni diverse rispetto a quelle a cui giunge la stessa autrice, la quale riconosce in questo popolo punti di forza e di debolezza tipiche di una neonata società repubblicana troppo orgogliosa di se stessa per riuscire a comprendere le proprie contraddizioni e i retaggi di un passato che permette ai soli uomini bianchi di poter costruire un futuro diverso rispetto a quello riservato ai propri padri:

 

Vergogna, America: con una mano alzi il calice della libertà, e con l’altra frusti i tuoi schiavi e annienti gli indiani. Gli “inalienabili diritti dell’uomo” valgono solo per i bianchi, ma non per i figli legittimi della terra da cui sono stati strappati, infrangendo solenni trattati di protezione e rispetto.

[…] tra i difetti degli americani, non cercate la pigrizia, tra i pregi cercate la curiosità, la voglia di cambiare, l’intraprendenza.[8]

 

Dopo la pubblicazione di Domestic manners of americans – avvenuta quando Frances ha già una cinquantina d’anni – compaiono sul mercato librario altri 35 romanzi, alcuni poemi, numerosi articoli e almeno altri 6 libri di viaggio che tuttavia non sono sufficienti a salvare dall’oblio una delle più grandi scrittrici inglesi vissute a cavallo tra XVIII e XIX secolo; solo il celebre figlio, Anthony Trollope, ha saputo realmente prendere spunto dall’abile lavoro della scrittrice iniziando a produrre romanzi seriali di grande successo come, tempo prima, lo erano stati quelli scritti da Frances e dedicati alla vedova Barnaby.

Dopo il rientro dagli Stati Uniti, Trollope non ha mai più smesso di viaggiare ed esplorare nuovi mondi a cui rubare impressioni e paesaggi per poi riportarli su carta con gesto sagace.

L’ultimo viaggio l’accompagna a Firenze, luogo in cui Frances decide di stabilirsi per trascorrere gli ultimi vent’anni della propria vita prima di venire seppellita al Cimitero degli inglesi collocato ai margini del centro cittadino.

Come ho accennato poco sopra, l’opera di questa scrittrice è rimasta all’ombra di tanti nomi più altisonanti del suo ma, oggi, l’uomo inizia forse a percepire di nuovo il bisogno di quella scrittura così fluida, precisa, tagliente e ironica per affrontare un mondo che ella è riuscita a prevedere più di tre secoli fa e con cui noi, oggi, siamo chiamati a fare i conti.

La lettura che ho cercato di riassumervi, senza tuttavia togliervi il piacere della scoperta, è il frutto di un difficile procedimento di traduzione e di taglia-cuci compiuto dallo staff di La Torre dei Venti – una piccola casa editrice di cui ho avuto modo di parlarvi in un breve post in altra sede – che regala per la prima volta ai lettori italiani un estratto molto ben curato del diario di viaggio di un’autrice che mi auguro possa essere finalmente apprezzata come merita anche nel nostro Paese. 

Nel frattempo vorrei lasciarvi proponendovi uno tra i passaggi naturalistici che più hanno saputo emozionarmi durante questa breve e intensa lettura:

 

Tra i punti di vantaggio dell’America sull’Inghilterra, metterei al primo posto la chiarezza e luminosità dell’atmosfera. Di giorno, ma soprattutto di notte. Le stelle non sembrano le stesse, ma infinitamente più numerose, le costellazioni oscillano.[9]

 

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[1] Le maniere degli americani. Estratto dagli appunti di viaggio 1827-1831 di una signora inglese femminista e antischiavista, France Trollope, Traduzione di Valentina Rossi Rowald, Rielaborazione del testo di Andrea Mantelli, Zefiro 1, Chieti, La Torre dei Venti, maggio 2020, p. 14

[2] Un secolo più tardi, al 46 di Gordon Square di Bloomsbury, a soli 50 metri da quella che fu la dimora di Frances e fratelli, si trasferì una giovane Virginia Woolf in compagnia della sorella Vanessa e dei fratelli Thoby e Adrian.

[3] Il nucleo famigliare era composto da Frances, il marito Anthony e i loro 7 figli (Thomas Adolphus, Henry, Arthur, Emily – vissuta un giorno soltanto–, Anthony, Cecilia e Emily)

[4] Amico della famiglia Trollope e illustratore della prima edizione di Domestic manners of americans nel 1832.

[5] L’esperimento (fallito dopo soli tre anni dal suo inizio) è conosciuto con il nome di Nashoba Commune e consisteva in un processo di educazione impartita indistintamente  a bianchi e neri per dimostrare al reticente popolo americano che, a parità d’istruzione e mezzi, non sussiste nessuna differenza tra gli uni e gli altri. 

[6] Riferimento al saggio intitolato Una stanza tutta per sé, Traduzione di Livio Bacchi e J. Rodolfo Wilcock, Universale economica. I classici, Feltrinelli, giugno 2013

[7] Le maniere degli americani. Estratto dagli appunti di viaggio 1827-1831 di una signora inglese femminista e antischiavista, France Trollope, Traduzione di Valentina Rossi Rowald, Rielaborazione del testo di Andrea Mantelli Zefiro 1, Chieti, La Torre dei Venti, maggio 2020, pp.44, 65, 108-109

[8] Ibid, p.87-88, 127

[9] Ibid, p. 52

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