Mi chiamo Uliviero e questa è la mia storia

 

Uliviero Benjamin Daccorsi, figlio di Amerigo Daccorsi, nato il 19 luglio 1927 a Santa Lucia, California, così fu trascritto sul suo certificato di nascita. Laddove sarebbe dovuto apparire il nome della madre, un leggero tratto di penna.

 

È così che ha inizio la mia storia; quella di un neonato, diventato poi un grande fotografo, chiamato Uliviero a causa dell’incapacità di parlare correttamente l’italiano da parte di colui che, per primo, gli ha fatto da padre.

 


Capelli biondi, occhi di ghiaccio, statura slanciata e il fascino del ‘fotografo di strada’; così ama definirsi Uliviero nonostante, a volte, conceda all’obbiettivo della sua inseparabile Rolleiflex d’immortalare bellissime modelle per le pagine di famosi giornali di moda come Vogue e altrettanto affascinanti opere d’arte esposte in musei semideserti in cui egli è libero di esprimere tutta la sua personalità guidando sapientemente la macchina fotografica sul suo cavalletto per riuscire a catturare al meglio ogni particolare, ogni più piccolo riflesso di tutti quegli oggetti inanimati.

Uliviero cresce immerso nell’esuberante atmosfera culturale provocata da movimenti rivoluzionari che nascono e si espandono in tutto il mondo a partire da quell’impervio e secco territorio che appartiene agli Stati Uniti, più precisamente allo stato della California, in cui gli ulivi – quelle piante così imponenti e ricche di storia che tanto ricordano a suo padre Amerigo l’amata terra natia – non riescono a crescere spontaneamente ma si limitano, se piantate, a sopravvivere abituate a mettere radici nell’ostile terreno del Sud Italia – luogo in cui, ancora oggi, si registra la più alta concentrazione di ulivi secolari presenti sul nostro territorio.

L’intraprendente giovane non sospetta nulla del proprio passato tanto da raccontare la sua storia come se fosse una favola per bambini a chi, curioso, gli domanda il perché del nome che porta – Uliviero.

L’inizio della narrazione si ripete come un ritornello nella mente del ragazzo: il 29 luglio del 1927, un marinaio depone tra le braccia di Amerigo Daccorsi, un industriale sulla cresta dell’onda grazie all’idea di coltivare arance per farne squisite bevande, un bimbo di non più di due mesi ritrovato nell’incavo di un grande ulivo caricato insieme a tanti altri su una nave da merci diretta dall’Italia all’America.

Così, il giorno in cui Amerigo scopre che le piante da lui ordinate sono state ingiustamente sottratte al podere di una delle tante masserie pugliesi invece che correttamente pagate come da sue disposizioni, si trasforma anche nel giorno in cui egli fa esperienza, per la prima volta, della gioia di essere padre, un aspetto della vita a cui non avrebbe mai potuto aspirare a causa del proprio orientamento sessuale.

Uliviero fatica a credere al fantastico racconto che quell’uomo gli narra fin da bambino preferendo a esso la versione della storia secondo cui, dopo una notte di passione tra Amerigo e una misteriosa donna, ella ha dato alla luce un bimbo affidato poi alle sue cure. Una vicenda sicuramente più plausibile agli occhi di Uliviero il quale, nonostante la mancanza della figura materna, non accusa il colpo di crescere in una famiglia composta da lui e dal padre, anzi, non avrebbe potuto sperare d’incontrare una persona migliore di Amerigo nel momento in cui la vita lo costringe a fare i conti con un sentimento di attrazione e amore che si sviluppa nei confronti di persone del suo stesso sesso toccando un argomento tabù per l’epoca –l’omosessualità – e regalando al lettore alcuni dei momenti più dolci e toccanti di questa lunga storia.

 

In un libro di antropologia, preso in prestito in biblioteca [Uliviero], aveva letto che siamo e rimaniamo, seppur evoluti, sempre animali e nel mondo animale l’omosessualità è normale. Non era una malattia mentale come alcuni volevano far credere o una deviazione sessuale, era semplicemente una pulsione erotica che nasceva dal cervello, probabilmente dovuta ai livelli ormonali, sviluppatasi nella prima infanzia.

 

[…]

 

Erano in coperta, sul ponte superiore, mentre il mare color acciaio si confondeva con il cielo immenso e privo di stelle sopra le loro teste.

Tutto taceva intorno a loro. Tutto tranne lo sciabordio delle onde sulla chiglia della nave che li trasportava verso l’Europa, il vento e i loro cuori che battevano all’unisono.

 

È il 1947 quando Uliviero incontra fisicamente questo amore insieme al suo più grande amico, una figura splendida e di una bontà estrema che vi invito a non lasciare sullo sfondo poiché scalda il cuore: sto parlando del giovane Mark, un uomo intraprendente e capace che, non solo riesce a realizzare se stesso, ma che permette all’amante di vivere il proprio sogno e dare sfogo a tutto il suo estro artistico.

Mentre la vita sembra scorrere rosea per la piccola famiglia Daccorsi, dall’altra parte del mondo, in una masseria dell’entroterra pugliese chiusa tra le città di Monopoli, Alberobello e Fasano, nel piccolo paese di Santa Lucia, Nennella e il conte Baldovino Benci tentano la propria fortuna recandosi nella splendida Roma della ‘dolce vita’, di Cinecittà e del celeberrimo Premio Strega.

Nennella o Floriana, come ella ama farsi chiamare nell’ambiente cinematografico, non più giovanissima per esordire sul grande schermo, s’impegna con tutta se stessa per riuscire nella sua impresa e inserirsi sempre più a fondo nell’entourage culturale in crescita e fermento nell’Italia del secondo dopoguerra dando anche la possibilità al marito Baldovino di farsi conoscere in veste di pittore e, perché no, anche di farsi notare da qualche grande collezionista o gallerista così da poter finalmente coronare il proprio sogno d’artista.

Malgrado il loro impegno e i loro sforzi che li portano a viaggiare tra l’Italia e gli Stati Uniti, prima uniti poi in solitaria a causa delle proprie passioni così distanti l’una dall’altra, essi devono munirsi di molta pazienza e sangue freddo per riuscire a mettere a segno qualche punto in questo affollato ambiente nel pieno del suo sviluppo e in cui competono uomini e donne ben più giovani di Nennella e ben più dotati di Baldovino.

Ebbene, sappiate che queste loro fatiche non sono andate sprecate ma, per Nennella, il percorso è più accidentato e in pendenza tanto che ella arranca faticosamente per riuscire a raggiungere la cima di un’alta montagna a cui, purtroppo, non fa in tempo ad arrivare stremata dal dolore che la perseguita e la opprime da decenni e che la riporta a quella triste notte di luglio durante cui qualcuno, con il favore delle tenebre, le ha portato via il piccolo Baldino – unico figlio avuto dal suo grande amore – nascosto, con l’aiuto della sorella maggiore Nunzia, nell’incavo di un grande ulivo perché fungesse da riparo.

Dopo un inizio a un’unica voce, Storia di Uliviero cambia il proprio aspetto accogliendo una molteplicità di volti, di voci, di sentimenti e di luoghi che accompagnano il lettore in una lunga passeggiata tra le vecchie masserie della Puglia, l’arida California, la florida Venezia in cui opera un’esuberante Peggy Guggenheim, una Roma in piena esplosione artistica grazie alle avanguardie di Palma Bucarelli e Irene Brin, la scintillante New York degli anni Cinquanta e la Los Angeles di Hollywood e delle sfarzose feste in cui fanno la loro comparsa attori già celebri sul grande schermo.

Concludendo, posso solo dirvi che questo romanzo è un vero e proprio capolavoro dal tangibile sapore di un tempo passato che i personaggi presenti sulla scena, ben orchestrata dall’autrice Milagros Branca, vivono con diversa intensità a causa del proprio passato e del futuro che si prospetta più o meno roseo di fronte ai loro occhi.

 

Cara mia adorata Nenè,

[…] io sola so quanto tu abbia sofferto per il segreto che ci ha unite e che oggi ho deciso di rivelare, affinché tutti sappiano il dolore che hai portato nel cuore in questi anni. Un dolore che ti ha sempre tormentato, riportandoti in quel luogo dove tutto è iniziato, o meglio tutto è finito. […] Il tuo Baldino è Uliviero. È qui oggi, seduto vicino a chi chiama papà, senza sapere che anche il suo vero padre è seduto tra noi per darti l’ultimo saluto.

 

Questa è mia madre.

Nennella.

Nenè.

 


Pubblicato da Baldini+Castoldi nel giugno appena trascorso, con Storia di Uliviero l’autrice milanese Milagros Branca ha saputo raccontare, attraverso una scrittura fresca e scorrevole, non solo la storia di un uomo ma quella di tanti uomini e tante donne che hanno vissuto uno straordinario periodo storico di fervore culturale ed economico durante gli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale.

Un mondo che rimane profondamente legato alle proprie tradizioni e alla propria cultura – specialmente l’Italia – e in cui la libera espressione fatica ancora a circolare indisturbata nonostante l’irruente presenza di personaggi appartenenti al mondo della cultura e dell’arte così interessanti e dei quali non ho mai saputo molto ma che ora ho avuto la possibilità di conoscere sotto una luce diversa, potrei azzardare a dire più personale, rispetto a ciò che avrei incontrato se mi fossi semplicemente rivolta verso il grande maremagnum di internet.

In ultimo, sappiate che l’emozione e il coinvolgimento sono stati tali che la mole di questo romanzo – che conta la bellezza di 395 pagine – non deve spaventarvi poiché sarà per voi, come lo è stato per me, un compagno di viaggio da cui vi dispiacerà separarvi una volta giunti all’epilogo di una vicenda che lascia al lettore il compito di proseguirla nella sua mente e nel suo cuore facendo tesoro di tutti quei grandi e piccoli messaggi di speranza, amore, forza e rispetto che, attraverso la voce di diversi personaggi, l’autrice riesce a nascondere con abilità svelandoli solo nel momento più opportuno perché essi vengano colti sotto la loro luce migliore pronti per essere catturati dall’obbiettivo della fidata Rolleiflex di Uliviero.


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