«La realtà non è fatta di energia.» Essa non è «materia inerte» ma un insieme di «atomi di luce»

Era da qualche settimana che la stesura di articoli e la lettura di libri utili al mio lavoro mi teneva forzatamente lontana dalla mia adorata Virginia Woolf eppure, la scorsa settimana, sono riuscita a concedermi ben quattro giorni di vacanza durante cui mi sono tolta lo sfizio di leggere il saggio scritto dalla celebre penna di Francesco Pacifico per la collana PassaParola edita da Marsilio.

In Io e Clarissa Dallowaylo scrittore raccoglie e riordina i pensieri in merito alla propria esperienza di lettore nei confronti di Clarissa Dalloway e, di conseguenza, anche in quelli della sua ideatrice facendo emergere due figure molto diverse l’una dall’altra ma profondamente unite da un senso di etereo e sublime che le fa vivere al di là dello spazio e del tempo; due donne qualunque il cui essere non è altro che spirito intento a osservare e inseguire se stesso in continuo mutamento e in costante movimento da una dimensione a un’altra, da un luogo a un altro.

Attraverso la scrittura chirurgica e sensoriale di Virginia, Clarissa si trasforma in un essere di forza ed energia che trascina il lettore attraverso gli intricati meandri della sua mente mostrando come il pensiero e il mondo in cui l’uomo è abituato a vivere siano, in realtà, costituiti da una sostanza fluida, della materia di cui sono fatte le sensazioni e le emozioni che i nostri sensi ci permettono di catturare dall’esterno.



Non a caso, con la realizzazione di  La signora Dalloway[1] (abbreviata da Pacifico in LSD), Virginia mette a punto un metodo di scrittura straordinario e rivoluzionario dimostrando di essere, non solo un’intellettuale modernista, bensì una vera e propria visionaria rimasta per troppo tempo incompresa.

Ella ci insegna che ogni singolo momento che costituisce la nostra quotidianità merita di essere vissuto e catturato dalla mente per poter essere custodito e rivissuto in un secondo momento in un’esplosione di emozioni che si manifestano solo a una certa distanza di tempo rispetto al loro presente.

È il flusso di pensiero libero e caotico che caratterizza questo romanzo costruito su una serie di gallerie oscure e intricate da cui il lettore viene richiamato solo in precisi momenti in cui accade qualcosa sulla scena che distrae la mente del personaggio dai propri pensieri.



La Clarissa descritta da Pacifico è una donna che ben si difende dai pregiudizi maschili – tant’è che l’autore arriva a definire LSD come la «stele di Rosetta del femminismo» – ma che si sente comunque rinchiusa in una gabbia dorata da cui solo i dolci ricordi del passato riescono a liberarla ed è proprio attraverso quest’ultimi, interviene ancora Pacifico, che egli ha potuto scoprire tutta la forza femminista racchiusa in un romanzo che non ha paura di osare e di raccontare di una relazione – quella tra le giovani Sally Seton e Clarissa Dalloway – tanto profonda e sincera da superare qualsiasi raffigurazione classica dell’amore intenso e passionale che può nascere tra uomo e donna e che, troppo spesso, è governato da interessi sostenuti da entrambe le parti ma, tra Sally e Clarissa non c’è spazio per questo, tra loro nasce un affetto del tutto straordinario e fine a se stesso.

 

La cosa strana, a ripensarci, era la purezza, l’integrità del suo sentimento per Sally. Non somigliava a ciò che si prova per un uomo. Era completamente disinteressato, e inoltre, di una qualità che poteva esistere solo tra le donne, tra donne già adulte. Era un che di protettivo, da parte sua; sgorgava da un senso di solidarietà, dal presentimento di qualcosa che alla fine le avrebbe divise (parlavano del matrimonio sempre di una catastrofe), e che creava tra di loro quella cortesia cavalleresca, quel sentimento protettivo molto più forte in lei che in Sally. A quei tempi era del tutto sconsiderata, faceva le cose più folli, a mo’ di bravata; andava in bicicletta sul parapetto della terrazza; fumava i sigari. Assurda – era assurda. Ma il suo fascino era irresistibile, almeno per lei, e si ricordava di quando era rimasta immobile su in camera sua con la borsa dell’acqua calda in mano, a ripetere a voce alta: “È sotto questo tetto…È sotto questo tetto!”[2]

 

Virginia e Sally sanno amarsi, coinvolgersi, capirsi, hanno il potere e il coraggio di vivere il proprio desiderio e di confortarsi; sono le uniche alleate contro un mondo e una società guidata da maschi che credono di avere sempre la soluzione a qualsiasi problema e che ritengono l’amore per i fiori e le feste una inutile frivolezza senza comprendere che, proprio quei fiori e quelle feste, rappresentano uno di quei piccoli e brevi ‘momenti di essere’ di cui è fatta la vita umana che non deve per forza trovare una spiegazione razionale a tutto ciò che la comprende.

 

Le donne possono essere alleate solo fra loro? Esistono condizioni per un'utopia in cui un rapporto diverso degli uomini con il proprio desiderio ricostruisca la relazione con le donne in modo che possa essere disinteressata, reciprocamente protettiva, complice?[3]

 

La riflessione che Pacifico ne trae è davvero molto stimolante e devo dire che, nonostante la condizione di lettura non fosse delle migliori per affrontare nel pieno della sua potenza questo breve volume – il vento caldo, il suono delle onde del mare e il vociare dei bambini in lontananza – esso ha avuto un effetto del tutto inaspettato su di me riuscendo a farmi provare in prima persona quello che l'autore scrive dandomi la possibilità d’intraprendere uno straordinario percorso alla riscoperta di un romanzo tra i più celebri di Woolf.

 

Secondo me il motivo per cui molti lettori non amano Virginia Woolf è che chiede troppa attenzione all'ordine in cui mette le parole [Assolutamente geniale come intuizione! Almeno, io non ci avevo mai pensato!] Forse questa richiesta di attenzione ci ricorda quella delle persone che amiamo e la cosa ci fa impazzire? Mica vorremmo solo relazioni che scorrono, che si leggono d'un fiato?[4]

 

A dire il vero, non ho mai pensato di poter affrontare un qualsiasi scritto di Virginia con rapidità e superficialità ma, devo ammettere, ahimè, che, in effetti, alcuni particolari analizzati da Pacifico nel suo saggio relativi al posizionamento della punteggiatura, o ancora, alla  scelta di dove collocare gli spazi e i tanto temuti (almeno per noi editor) ‘a capo’, non mi si sono palesati a una prima lettura che si è rivelata troppo coinvolgente per riuscire a isolare questi fondamentali aspetti stilistici di cui ora mi è stata svelata l’esistenza.

 

Io non faccio sesso

Prendi Sally Seton

 

Come va a capo Virginia Woolf. Andare a capo per lei è uscire dal determinismo soffocante del romanzo. […] Woolf va a capo lasciando che il lettore dica: certo, in quel paragrafo era tutto morto perché il sesso era impedito dal matrimonio, in qualche modo, e non avremmo più potuto scrivere altro, dire altro.[5]



Ora che ci penso, riuscire a cogliere tutti gli spunti e i messaggi che Virginia ha saggiamente nascosto tra le sue pagine non è un’attività esauribile a una prima lettura, perciò sarà necessario valutare di volta in volta a che grado di comprensione intendiamo scendere nei riguardi del romanzo che ci troviamo tra le mani prima di archiviarlo – mai definitivamente – sullo scaffale della libreria poiché da quelle frasi, da quelle parole così ben studiate si sprigiona in continuazione un’energia tale da dare riuscire a dare vita anche all’inanimato, così anche tutta la natura e le città intorno a noi inizino a parlare e respirare, lasciando ben poco alla rigidità di vedute proprie dell’essere umano abituato a considerare se stesso e il proprio intelletto – unica sua fonte di conoscenza – posizionati al centro del mondo.

Così facendo, l’esperienza di lettura si trasforma diventando qualcosa di completamente nuovo rispetto alla classica descrizione di luoghi e azioni che danno al lettore una visione d’insieme della narrazione tipica della letteratura dall’Ottocento in avanti.

Con Woolf essa diventa un gioco le cui pedine vengono continuamente spostate disgregando la realtà in piccoli pezzi e ricomponendoli a seconda dell’imprevedibile flusso di coscienza, il solo e unico protagonista di una trama che ormai è relegata a scenografia di una vicenda ben più complessa; la vita, quella cosa sconosciuta che sta oltre la nebbia, oltre le irritanti apparenze sociali.

 

LSD va letto come si decifra un documento proveniente da una cultura aliena. LSD è la stele di Rosetta del femminismo. La sua profondità – un’oscurità innevata di lampi – è data dalla scelta di non fare di Clarissa un’eroina, una persona con chissà quali estrinseci pregi. Clarissa ha solo il pregio di saper entrare in rapporto con i propri desideri e dunque con quelli degli altri. Quanto le accade non è stabilito a monte. Lei gioca la partita. Di solito i suoi amici maschi invece no: procedono da significati e valori e presupposti e pregiudizi.[6]

 

C’è ancora una caratteristica di LSD che Pacifico sottolinea nel suo saggio e che mi ha particolarmente incuriosita: l’aspetto finemente ironico[7] attraverso cui Clarissa si prende gioco di Peter Walsh e Richard Dalloway, uomini all’apparenza risoluti e imperturbabili, proprio lei che, non appena si è trovata di fronte un piccolo gruppo di mucche appena sgravate e la salma di un uomo morente si è gettata tra le braccia del dio Panico non sapendo come reagire di fronte a scene di vita quotidiana diverse da quelle a cui l’alta società britannica di primo Novecento l’ha abituata.

«Ah! Ingenua Clarissa» sembra sospirare Woolf schiudendo le labbra in un dolce sorriso.

Un altro passaggio piuttosto significativo se si tratta di andare alla ricerca della ‘Virginia divertente’ – e questo è il luogo del libro che più preferisco – è il momento in cui, immersi nella galleria-mente di Clarissa, veniamo distratti da un forte rumore che segna l’arrivo di una grossa auto a fianco del marciapiede di Bond Street proprio di fronte al negozio di Mulberry.

Poi, un movimento di corpi attira l’attenzione dei passanti che iniziano a fantasticare: «Era il Principe di Galles, la Regina, il Primo Ministro? Di chi era quel volto? Nessuno lo sapeva.» – la scena viene portata avanti per intere esilaranti pagine.

Certo, riuscire a leggere Virginia Woolf sotto una veste ‘comica’ non è affatto semplice eppure, credo che Pacifico abbia ragione nel dire che tanti, forse troppi, lettori siano ancora vittime di un’immagine triste e austera di una donna che durante la sua esistenza ha amato la vita in ogni suo aspetto senza mai giudicare nemmeno i propri personaggi così fragili e condizionati dalla società in cui sono costretti a vivere.

 

Le idee erano di Sally, naturalmente – ma [Clarissa] si appassionò quanto lei – leggeva Platone a letto prima di colazione; leggeva Morris; leggeva Shelley a tutte le ore […]. L’energia di Sally era sorprendente, il suo talento, la sua personalità. Il suo modo di disporre i fiori, per esempio […].

 

Da Platone alla disposizione dei fiori… tipico. Le sta prendendo in giro? Non si può sapere. Le lascia libere. Per noi prendere in giro è giudicare, per V.W. no.[8]

 

Leggendo tutto questo, potreste pensare che io stia esagerando con il sentimentalismo e, in parte può essere vero data la mia devozione per Virginia Woolf, eppure posso garantirvi che l’unico metro di paragone che può essere usato per verificare questo mio eccessivo coinvolgimento è provare voi stesse e voi stessi a ritagliarvi un breve spazio di tempo da dedicare alla lettura di questo straordinario romanzo, perché no, proprio dopo esservi scontrati con l’interessante saggio da cui ho voluto prendere l’ispirazione per parlare, ancora una volta, di Virginia Woolf e della sua straordinaria signora Dalloway, o meglio, la sua immortale Clarissa Parry.


Link per approfondire:

Leggi l'articolo: Il primo incontro con Virginia Woolf. Leggere e scrivere in una stanza tutta per sé

Leggi l'articolo: Virginia Woolf e il "mondo che si fa coscienza": una nuova realtà 

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Guarda il film Mrs Dalloway realizzato nel 1997 per la regia di Marleen Gorris con Vanessa Redgrave e Natascha McElhone (in lingua originale sottotitolato)

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Ascolta La Signora Dalloway (Audiobook in italiano)

Elisa Bolchi racconta La signora Dalloway al Circolo dei lettori di Torino: Nelle gallerie di Mrs Dalloway

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[1] Mrs Dalloway viene pubblicato dalla Hogarth Press il 14 maggio 1925, mentre La signora Dalloway arriva in Italia solo nel 1946 per la traduzione di Alessandra Scalero edita da Mondadori.

[2] La signora Dalloway, Virginia Woolf, Trad. Nadia Fusini, Universale Economica, Feltrinelli, luglio 2017, Cit. pag.30

[3] Io e Clarissa Dalloway, Francesco Pacifico, PassaParola, Marsilio editore, marzo 2020, Cit. pag.74

[4] Ibid, Cit. pag.34

[5] Ibid, Cit. pag.64

[6] Ibid, Cit. pag.122

[7] Nel capitolo intitolato Sally Cinnamon, Pacifico spiega che l’umorismo di Woolf è riconducibile al deadpan, umorismo impassibile tipico dei grandi narratori inglesi

[8] Vedi nota 6, Cit. pag.70-71

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