Amélie Nothomb: una scrittrice alla ricerca dell’armonia tra sé e il mondo

«Chi crede che leggere sia una fuga è all'opposto della verità: leggere è trovarsi di fronte il reale nella sua massima concentrazione, il che, stranamente, è meno spaventoso che avere a che fare con le sue eterne diluizioni.»[1]


Potrebbe essere forse per questo, perché leggere ci obbliga a osservare diversi aspetti della realtà che ci circonda facendoci un po’ paura – a meno che non vi chiamate Amélie Nothomb, ovviamente –, il motivo per cui ho atteso ben quattro anni prima di prendere il coraggio a due mani e affrontare questa impresa che, ai miei occhi, equivale a una lunga e faticosa corsa verso la presentazione, nel miglior modo possibile, di una parte dell’opera di un’autrice belga della quale mi sono innamorata nel 2016 e della quale, fino a oggi, ho fatto trapelare solo qualche immagine, qualche citazione ma nulla di più.
Non è facile riuscire a tenere in mano e governare i pensieri quando si tratta di un personaggio così particolare come quello di Amélie Nothomb i cui romanzi, seppur brevi, colpiscono nel profondo lasciando il lettore sgomento di fronte alla semplicità apparente con cui l’autrice riesce a raccontare la vita quotidiana cogliendone anche i più piccoli aspetti.
Nulla sfugge alle orecchie e alla vista di un’autrice capace di “restare incinta” di una storia grazie al solo origliare involontario di un breve scambio di battute tra due persone su un autobus di linea.
Insomma, tutto di ciò che compone e forma la realtà del mondo in cui viviamo, per Amélie Nothomb, diventa un pretesto per abbandonarsi all’ubriachezza e al trip che champagne e altre sostanze stupefacenti provocano in colui o colei che intende abbandonarsi a un’ascesa che, della realtà fisica, conduce a una dimensione “altra” in cui la tragicità del vivere umano s’intreccia, in modo naturale, con il suo aspetto più comico che, spesso, noi uomini, nel nostro vivere così "pesante", non riusciamo a cogliere.

«La realtà si affretta sempre per dimostrarci fino a che punto manchiamo d’immaginazione.

[…] un’idea è innanzitutto qualcosa che si vede.»[2]

Ecco dunque che il surreale diventa, nella scrittura di Nothomb, del tutto reale e plausibile lasciando il lettore letteralmente a bocca aperta nel momento in cui, finalmente, vede arrivare l’ultima pagina del romanzo che si aggira, il più delle volte, attorno alle 100 pagine.

Una fucilata, potremmo dire, sono così i racconti e i romanzi pensati da questa straordinaria scrittrice che produce molto di più di quanto ella non desideri dare in pasto al pubblico e al suo editore storico, Albin Michel di Parigi.
Comparsa sulla scena letteraria a 25 anni, nel 1992, con un romanzo intitolato Igiene dell’assassino di cui parleremo più avanti, Amélie riesce a spiazzare la critica letteraria incredula di fronte alle sembianze di colei che va dichiarandosi l’autrice di un libro così straordinario e fuori dagli schemi.
Ventiquattro anni più tardi, anche io ho faticato a comprendere chi fosse questa strana ed eccentrica creatura quando, tra gli scaffali della biblioteca cittadina, mi sono imbattuta in un piccolo libretto con la foto di una giovane donna vestita completamente di nero, un grande cappello in testa e un innaffiatoio rosso in mano; il titolo recitava Il delitto del conte Neville di Amélie Nothomb.
Incuriosita, lo ammetto, dalla presentazione di facciata del libro, ho iniziato a leggerlo e non sono più riuscita a staccarmene prima di arrivare alla tanto attesa ultima pagina.
Un’ora di lettura surreale, una perfetta tragedia greca in cui gli elementi tipici del genere (infanticidio e scontro finale tra vittima destinata a soccombere e omicida) s'intrecciano in un sottile velo di ironia che dà al macabro racconto un aspetto tragicamente burlesco.
Membro decaduto della nobiltà belga, prima di uscire dalle scene, il conte Neville decide di organizzare una grande festa nella propria dimora.
Preso dai preparativi, egli non si accorge della scomparsa della figlia diciassettenne, Sérieuse, la quale, afflitta dal peso dell’etichetta borghese, decide di fuggire nella foresta alla ricerca di se stessa e delle proprie emozioni che sembrano essere scomparse a seguito di un trauma subito quando aveva solo dodici anni.
Ritrovata poco tempo dopo da una veggente, Sérieuse viene riaccompagnata a casa dal padre afflitto da un terribile destino svelatogli dalla donna che ha dato ricovero alla giovane: al ricevimento, il conte, si sarebbe reso colpevole di omicidio nei confronti di un commensale.
Impossibile!
L’etichetta nobiliare belga non avrebbe mai ammesso un simile comportamento nei confronti di un invitato, un nobile per giunta!
È necessario trovare una soluzione e, dato che questa sembrava non poter essere scovata in alcun modo, ecco che interviene Sérieuse, la quale suggerisce al padre di uccidere proprio lei, la figlia minore, così da compiere il volere del destino e da liberare la ragazza da uno stato di apatia in cui ella fatica a sopravvivere e da cui, probabilmente, solo il padre può salvarla.
Dopo lo scontro finale tra le due parti, l’affare si risolve in perfetto stile Nothomb di cui non voglio svelare i particolari per non guastarvi il piacere della scoperta.
È stata una strana sensazione quella che mi ha pervaso durante tutta la lettura, come un fastidio, l’idea che qualcosa non fosse nel posto giusto, capite?
Ma ancora più estraniante è stata la repulsione che ho provato quando ho chiuso il libro e mi sono detta che, quella storia, non aveva alcun senso.
Beh, letto a qualche anno di distanza, mi rendo conto di quanto, quella storia, possa essere plausibile.


Questo pensiero mi ha appassionato al punto che mi sono recata di nuovo in biblioteca ma, questa volta, sono rimasta ferma davanti allo scaffale e ho preso la decisione di acquistare, da quel momento in avanti, tutti i romanzi pubblicati dall’editore Voland che segue l’autrice dai suoi esordi letterari in Italia; avrei fatto spazio, nella mia libreria, alle opere di una scrittrice che mi ha fatto scoprire quanto ciò che noi etichettiamo come surreale sia profondamente intriso di realtà e verosimiglianza.
È così giunto così il momento del Dizionario dei nomi propri acquistato e letto nel novembre del 2018.

«L’insonnia di Lucette durava ormai da otto ore. Nel suo ventre, il bimbo aveva il singhiozzo dal giorno avanti.»[3]

Un incipit, a mio avviso, tanto semplice quanto straordinario che fa immediatamente conoscere al lettore una situazione piuttosto bizzarra in cui si trova a vivere la giovane Lucette, vittima e carnefice, costretta a un’esistenza di oppressione e malessere.
Dall’unione tra lei e il marito, brutalmente ucciso, nasce una splendida bambina, Plectrude, che, dopo il suicidio della madre, viene allevata dagli zii.
Bella e dotata di grazia, la ragazza intraprende con successo la carriera di ballerina fino a quando un grave incidente le impedisce per sempre di tornare a danzare.
A questo punto tutto sembra perdere di senso nella vita di Plectrude, la quale si vede destinata a un oscuro futuro eppure, all’orizzonte, ecco una luce; lui è Mathieu, un giovane bello e appassionato di musica che aiuta l’amata a ritrovare la felicità, una sensazione che l’autrice dipinge come un’emozione cruda, ruvida e priva dello stupore di cui sono capaci solo i bambini. Ma felicità è per tutti, nessuno escluso, solo che, in base all’età in cui ci si trova a viverla potrebbe cambiare di intensità e di meraviglia.
Altri due incipit che mi hanno colpito sono quelli contenuti in due romanzi davvero brevi ma straordinariamente ricchi di spunti di riflessione, almeno dal mio punto di vista: Diario di rondine – che racconta la storia di un Pony Express che, dopo aver vissuto una tragica storia d’amore, decide di cambiare nome e vita per diventare un serial killer – e Cosmetica del nemico – in cui Amélie riporta un serrato ed esilarante dialogo tra un omicida distinto e un uomo d’affari, altrettanto ben vestito, infastidito per il ritardo del proprio volo.

«Ti risvegli al buio nella più assoluta incoscienza. Dove sono, che cosa è successo? Per un istante la memoria è cancellata. Non capisci più se sei un bambino o un adulto, un uomo o una donna, colpevole o innocente. Le tenebre sono quelle della notte o di una prigione?
Capisci solo una cosa, e tanto più intensamente dal momento che è il tuo unico bagaglio: sei vivo.»[4]

«Cosmetico, l’uomo si lisciò i capelli con il palmo della mano. Doveva essere impeccabile perché l’incontro con la sua vittima avvenisse a regola d’arte.»[5]

Cos’hanno di meraviglioso questi due racconti?
L’assurdità della vicenda che, se analizzata nel dettaglio, si scopre essere intrisa di quella macabra ironia caratteristica della realtà, di cui abbiamo già accennato in precedenza, che lascia intravedere gli aspetti più realistici e le circostanze più verosimili in cui siamo costretti a vivere.
Nel primo dei due romanzi, infatti, il novello killer finisce per innamorarsi della sua vittima, l’Hirondelle (la rondine), presa di mira da diversi personaggi che intendono impossessarsi del suo diario personale convinti che questo nasconda chissà quali misteri.
È così semplice cancellare una parte della nostra esistenza e cambiare vita oppure questa non fa altro che perseguitarci e condurci costantemente a compiere gli stessi errori?
Nel secondo caso, assistiamo invece alla meticolosa preparazione di Textor Texel (un nome, un programma) nella sua stanza appena prima di recarsi nella sala d’attesa dell’aeroporto con l’intento d’importunare l’arrabbiato Jérôme Auguste fino all’epilogo che, ovviamente, non intendo svelarvi.
Attraverso la scrittura di cui Amélie fa uso in questi due libri, come in tutta la sua produzione letteraria, rivela al lettore tutta la sua ammirazione e la sua sapienza nell’uso della grammatica e della sintassi riuscendo a creare frasi brevi ed efficaci che rendono la narrazione fluida e dinamica ma senza, per questo, rinunciare all’attenzione per il dettaglio ortografico e morfologico.
Questo aspetto così peculiare si nota ancora di più in Igiene dell’assassino, un romanzo di cui vi ho accennato poco sopra e a cui io sono approdata solo nel maggio del 2019.
Interamente costruito su dialoghi tra giornalisti impacciati e un anziano e moribondo premio Nobel – Prétextat Tach – stanco di ricevere continue richieste da parte della stampa avida d’interviste, questa è indubbiamente una delle storie più aggrovigliate e soffocanti che abbia mai letto.
La dialettica di cui fa uso il vecchio premio Nobel, costretto su una carrozzina, ha qualcosa di geniale: egli utilizza le parole per far crollare le proprie vittime andando a far leva, con arroganza e consapevolezza, sulle abilità che essi mostrano nello svolgere la loro professione e sul senso della loro misera vita.
Tutti cedono sconfitti tranne lei, l’unica giornalista in grado di tenergli testa.
Inizia così uno scambio di battute che la scrittrice utilizza per trattare di temi estremamente importanti come la letteratura, l’infanzia e la morte dell’Eden.
È il pensiero di Amélie stessa che traspare dalle fredde sentenze del signor Tach il quale, ormai prossimo alla morte e alla rivelazione del proprio oscuro passato, inizia a duellare con la giovane giornalista a suon di botta e risposta a termine di cui viene, come ovvio, decretato un vincitore.
Credo di poter affermare con certezza che Igiene dell’assassino si sia guadagnato un posto d’onore, a pari merito con l’ultimo titolo di cui ho intenzioni parlarvi, tra tutti i romanzi di Nothomb con cui mi sono confrontata fino a oggi e, per questo, di seguito, vi propongo uno dei passaggi che più mi hanno colpito di questa magnifica battaglia verbale che non dà sosta alla mente dei protagonisti come a quella del lettore che legge costretto a una lunga apnea:

«La gente non sa niente delle metafore. È una parola che si vende bene, perché ha un portamento fiero. "Metafora": l'ultimo degli ignoranti percepisce che viene dal greco. Una raffinatezza incredibile, queste etimologie fasulle – fasulle, veramente: quando si conosce una polisemia della preposizione metá e la neutralità buona per tutte le stagioni del verbo phéro, per essere in buona fede si dovrebbe concludere che la parola "metafora" significa qualunque cosa.»[6]

Dopo essermi dedicata a una lettura così particolare, ho deciso di optare per un romanzo dalle tinte western.
Ambientato a Reno, piccola cittadina degli Stati Uniti, Uccidere il padre racconta la storia di un quindicenne di nome Joe Whip costretto a provvedere a se stesso con il poco denaro che riesce a racimolare dopo essere stato cacciato di casa dalla madre impegnata nel tentativo di non far scappare anche l’ultimo degli uomini che hanno deciso di approfittarsi di lei.
Appassionato di giochi di prestigio, il giovane Joe si guadagna da vivere come può fermandosi a dormire in un motel fino all’incontro con il grande mago Norman Terence, il quale lo prende sotto la propria ala crescendolo come un figlio e invitandolo a stabilirsi nella casa in cui vivono lui e sua moglie.
Il giovane diventa sempre più abile riuscendo a fare della propria vita un bluff quasi perfetto e il cui momento fondante sarà proprio l’omicidio simbolico di un padre che lo ha cresciuto ma che gli ha impedito di vivere una storia d’amore proibita, incestuosa.


Per passare al prossimo libro ho bisogno che facciate un piccolo esercizio di memoria: ricordate la citazione di apertura?
Nel caso aveste poca memoria, prima di proseguire, rinfrescatevela.
Il romanzo in questione è Antichrista e credetemi quando vi dico che, in questo caso in particolare, il titolo non avrebbe potuto essere più azzeccato.
In questa storia tremenda, l’angoscia viene resa ancora più profonda se ci si ferma a riflettere sul significato del nome proprio assegnato alle protagoniste.
Blanche e Christa sono due giovani ragazze belghe dal carattere uno all’opposto dell’altra ma che condividono la stessa precocità e intelligenza. 
Nonostante Christa sia descritta come una ragazza dal carattere esuberante e intraprendente e Blance come un tipo timido, solitario e dedito alla lettura, le due iniziano a stringere un rapporto di amicizia.
Durante il loro primo fugace incontro, Christa confessa a Blache di dover fare tutti i giorni ben 4 ore di viaggio da Malmedy a Bruxelles, luogo in cui sorge l’università, per poi concludere la giornata con un pesante turno di lavoro al bar del paese – attività necessaria per pagare gli studi e magari concedersi anche qualche uscita con il suo bel fidanzato tanto simile a David Bowie.
Troppo eccitata dall’idea di aver finalmente trovato un’amica del cuore, Blanche parla con i suoi genitori della situazione di Christa e la invita a trascorrere la notte da lei ogni lunedì così da evitare la levataccia almeno una volta a settimana.
Offerta la mano, Christa inizia con invadenza a prendersi anche tutto il braccio di Blanche privandola, poco alla volta, della propria intimità, dei propri spazi e dell’affetto dei genitori che iniziano ad adorare Christa, la figlia che avrebbero sempre voluto, fino al punto da invitarla a trasferirsi a casa loro in pianta stabile.
Stanca di questa assurda situazione, Blanche decide di recarsi a Malmedy per accertarsi della veridicità dei racconti di Christa e, dopo aver scovato il fidanzato e la ricca dimora, spiffera tutto ai genitori i quali intervengono mettendo alla porta colei che Blanche aveva iniziato a chiamare Antichrista.
Ritiratasi dall’università, , poco tempo dopo, Antichrista riappare nella vita di Blanche come un incubo:

«Vidi le mie braccia sollevarsi in orizzontale, in un gesto di crocifissione, poi i gomiti piegarsi ad angolo acuto e le mani giungersi, palmo contro palmo, in una involontaria preghiera.

Vidi le mie dita intrecciarsi e contorcersi, vidi le spalle tendersi come un arco, vidi la cassa toracica deformata per lo sforzo e vidi quel corpo non appartenermi più ed eseguire, ingoiata ogni vergogna, la ginnastica prescritta da Antichrista.
Così, fu fatta la sua volontà e non la mia.»[7]
Dopo essermi goduta la lettura di questi romanzi slegati tra di loro per protagonisti e trama, nonostante un po’ della loro autrice si trovi in ciascuno di essi sotto diverse forme, ho deciso di dedicarmi a due volumi di autofiction in cui è la voce stessa di Amélie a diventare la protagonista di una vicenda vissuta in prima persona.
Prima di raccontarvi la storia narrata in due di questi libri, devo fare una parentesi biografica così che possiate comprendere meglio l’avventura che la ventenne Amélie si trova a vivere in una Tokyo del 1989 – 1990.


Nata nel 1966 a Etterbeek, cittadina prossima a Bruxelles, Amélie si trasferisce immediatamente a Osaka, in Giappone, Paese in cui suo padre, il barone Nothomb, avrebbe dovuto assumere l’incarico di Console Generale all’Ambasciata belga – luogo in cui, ricorda Amélie nelle sue interviste, lo champagne scorreva a fiumi permettendole di fare la conoscenza con questo nettare di cui s’innamora fin dal primo momento in cui, all’età di circa tre anni, riesce a rubare una flûte ricolma di quel liquido chiaro.
Dopo cinque anni trascorsi nella città nipponica, la famiglia Nothomb inizia a spostarsi per il mondo stabilendosi dapprima nella Pechino governata dalla Banda dei Quattro (vicenda raccontata in Sabotaggio d’amore), poi New York, Laos, Bangladesh, Birmania e, infine, Bruxelles città natale di Amélie ma a lei del tutto nuova.
Non è un incontro sereno quello che avviene tra la scrittrice e il suo paese natale in cui, a differenza della leggerezza percepita in Giappone, ella inizia a sentire una pesantezza del proprio spirito già notevolmente provato da un lungo periodo di anoressia che l’ha condotta in fin di vita (l’autrice racconta del suo tribolato rapporto con il cibo in Biografia della fame).
Fortunatamente per noi lettori è proprio a causa di questa fastidiosa sensazione che la giovane Amélie trova il coraggio d'iniziare a scrivere e mettere su carta – azione che, per altro, esegue tutt’oggi respingendo qualsiasi mezzo di scrittura automatizzata – i pensieri e gli avvenimenti della propria vita.
Da sempre persuasa di essere già morta e vivere nel mondo sotto forma di fantasma, Amélie decide di scrivere di se stessa per provare che, fino al momento in cui quei fatti narrati sono accaduti, lei è effettivamente esistita.
E così è nato Stupori e tremori, un romanzo tragicamente divertente in cui l’autrice racconta della propria rovinosa esperienza come stagista traduttrice-segretaria presso la multinazionale giapponese Yumimoto, alle dipendenze della perfida Signorina Mori, presto trasformatasi in una rocambolesca avventura che le fa guadagnare il titolo di Madame Pipì.

«Da piccola volevo diventare Dio. Molto presto compresi che era chiedere troppo e versai un po' di acqua benedetta nel mio vino da messa: sarei stata Gesù. Presi rapidamente coscienza del mio eccesso di ambizione e accettai di 'fare' la martire, una volta diventata grande. Adulta, mi decisi a essere meno megalomane e a lavorare come interprete in un'azienda giapponese. Sfortunatamente, era troppo per me e dovetti scendere di un gradino per diventare ragioniera. Ma non c'erano stati freni alla mia folgorante caduta sociale. Mi venne dunque assegnato il posto di nullafacente. Purtroppo – avrei dovuto sospettarlo – era ancora troppo per me. Ottenni così l'incarico estremo: guardiana dei cessi. Dalla divinità alla latrina: c'era di che estasiarsi del mio percorso inesorabile. Di una cantante che riesca a passare dal registro di soprano a quello di contralto si dice che possiede una vasta estensione: io mi permetto di sottolineare la straordinaria estensione del mio talento, in grado di cantare tutti i registri, tanto in quello di Dio che in quello di signora Pipì. Passato lo stupore, la prima cosa che provai fu uno strano sollievo. Quando si lustrano i bagni sporchi, il vantaggio è che non c'è da temere di cadere più in basso.»[8]

Contemporaneamente alla disfatta lavorativa, in Né di Eva né di Adamo, l’autrice narra della storia sentimentale con il bello e ricco Rinri ma che, nonostante le buone premesse, non sembra essere destinata al lieto fine.
Le differenze culturali che Amélie crede di aver superato e compreso, sono invece molto profonde e incomprensibili per entrambe le parti così, concluso il periodo di stage presso la Yumimoto, la giovane decide di fuggire in Europa, lasciando sgomento il proprio amore, per iniziare a vivere una carriera da scrittrice di successo tra Bruxelles e Parigi, ruolo e luoghi in cui la ritroviamo ancora oggi.
Restando nel campo dell’autofiction, credo possa trovare posto anche Pétronille, uno degli ultimi romanzi di Nothomb con cui mi sono confrontata e che ho apprezzato per la sottile ironia che serpeggia tra le righe di quello che è il racconto di un’amicizia davvero molto speciale fondata sulla stessa passione per lo champagne e la scrittura.
Pétronille e Amélie vivono anni splendidi insieme mentre entrambe compiono il proprio viaggio all’interno del mondo dell’editoria, un universo che la Nothomb definisce difficile da comprendere specialmente per lei che, fortunata per natura, per testardaggine e per intraprendenza, è riuscita e riesce a vivere del proprio mestiere, condizione assai poco comune tra gli scrittori di ieri e di oggi.
Pétronille, vero e proprio inno allo champagne, diventa così un dolce e brioso confronto tra due vere amiche quali sono Amélie Nothomb e Stéphanie Hochet, musa ispiratrice di quella stessa Pétronille Fanto che, dopo aver compito un perfetto numero da prestigiatore, il colpo lo spara per davvero ma al corpo dell’amica guadagnandosi la sua gloria.
Prima di affrontare l’ultimo romanzo pubblicato da Nothomb, vorrei spendere qualche parola anche sulla splendida e accattivante riscrittura di Riccardin dal ciuffo, una fiaba del folklore francese in cui una bellissima regina da alla luce un bimbo davvero molto brutto ma al quale una fata buona fa dono di intelligenza, qualità che il piccolo avrebbe potuto donare, un giorno, alla sua amata.
Una volta divenuto adulto, Riccardino – chiamato “dal ciuffo” perché dotato di un unico ciuffo di capelli – s’imbatte accidentalmente in una giovane fanciulla molto graziosa ma preda delle lacrime a causa della propria ignoranza.
I due s'innamorano e presto convolano a nozze.
A questo punto, le qualità di entrambi, secondo l’incantesimo della fata buona, possono essere scambiate ma solo Riccardino fa dono alla sua sposa dell’intelligenza perché l’aspetto fisico, in fondo, non è fondamentale per misurare la bellezza di una persona.
Nella narrazione di Nothomb, che mantiene quella originale riadattandola ai giorni nostri, i protagonisti della vicenda diventano Diodato, un giovane ornitologo, e Antea bella ma un po' sciocca.


Dopo questa breve e spensierata parentesi, non posso fare a meno di parlarvi di Sete, l’ultimo uscito in casa Voland, un romanzo che sta facendo molto parlare di sé per la tematica trattata: la crocifissione di Gesù.
Un Gesù, per come l’ho letto io, davvero straordinariamente umano e che affronta il proprio destino con forza nonostante la vita passata gli si presenti alla mente provocandogli dolore, rimorso, malinconia, rabbia.
Per quale motivo Gesù avrebbe mai dovuto sopportare un gesto tanto orribile e crudele?
Cosa mai sarà passato per la mente di quell’uomo vittima di un destino che altri hanno scelto per lui?
È a queste domande che Nothomb tenta di rispondere raccontando la vita interiore di un Gesù straordinario che affronta uno dei patimenti peggiori a cui l’uomo può essere sottoposto: la sete che fa ardere le gole dei condannati a morte che decidono di non dare l’ultimo sollievo al proprio corpo per concentrare su quella sensazione la propria mente nel momento della loro fine.
Sete è stata una lettura che ho iniziato un po’ per caso e che, invece, ha cambiato le sorti del mio avvenire aiutandomi a reagire a uno dei momenti più bui della mia vita.

«Se rimproverate al vostro adorato defunto di non manifestarsi, non dimenticate che siete voi ad averne bisogno e non il contrario. Quando amiamo davvero qualcuno, pretendiamo che si sacrifichi per noi? La prova d’amore più bella che si possa offrire non è forse permettergli di abbandonarsi a un’egoistica tranquillità? Richiede meno sforzo di quanto non si creda, basta un po’ di fiducia.
In verità, se il vostro caro estinto tace, rallegratevene. Significa che se n’è andato nel modo migliore. Che vive bene la sua morte. Non saltate alla conclusione che non vi ami. Vi ama nella maniera più bella: non sforzandosi di fare per voi spiacevoli acrobazie.
È dolce essere morti. Tornare da voi è fastidioso. Immaginate: è inverno, ve ne state sdraiati sotto le coperte, riposando in un delizioso tepore. Anche se adorate i vostri amici avreste voglia di uscire al freddo per dirglielo? E se siete l’amico, vorreste davvero costringere chi vi manca ad affrontare il disagio del gelo per rassicurarvi?
Se amate i vostri morti, abbiate tanta fiducia in loro da rispettarne il silenzio.»[9]


Eccoci finalmente giunti alla fine di questo lungo, lunghissimo, articolo che mi auguro possa avervi regalato un po’ di tempo in compagnia di un’autrice che spero abbia attirato la vostra curiosità. 
Ne sarei davvero molto orgogliosa!
Se avete resistito fino a questo punto con tenacia, sentitevi liberi di scegliere qualsiasi libro apparso in questa carrellata vi ispiri maggiormente, ora avete tutti gli strumenti per farlo, e lasciatevi trasportare dalla fervida immaginazione di Amélie Nothomb tra i grovigli della mente e dell’esistenza umana.
Non potrete fare a voi stessi regalo migliore, ve lo assicuro! 

Note

[1] Antichrista, Amélie Nothomb, Trad. Monica Capuani, Collana Amazzoni, Voland, Roma, 2004

[2] Pétronille, Amélie Nothomb, Trad. Monica Capuani, Collana Amazzoni, Voland, Roma, 2015

[3] Dizionario dei nomi propri, Amélie Nothomb, Trad. Monica Capuani, Collana Amazzoni, Voland, Roma, 2004

[4] Diario di rondine, Amélie Nothomb, Trad. Monica Capuani, Collana Amazzoni, Voland, Roma, 2006

[5] Cosmetica del nemico, Amélie Nothomb, Trad. Monica Capuani, Collana Amazzoni, Voland, Roma, 2003

[6] Igiene dell’assassino, Amélie Nothomb, Trad. Biancamaria Bruno, Collana Amazzoni, Voland, Roma, 2006

[7] Antichrista, ibid.

[8] Stupori e tremori, Amélie Nothomb, Trad. Biancamaria Bruno, Collana Amazzoni, Voland, Roma, 2000

[9] Sete, Amélie Nothomb, Trad. Isabella Mattazzi, Collana Amazzoni, Voland, Roma, 2020


Link utili

Per acquistare i libri di Amélie Nothomb sul sito della casa editrice Voland

Incontro con Amélie Nothomb – Scuola Normale Superiore di Pisa (24 febbraio 2015)

Le interviste fatte all'autrice riportate di seguito sono tutte in lingua francese (mi rincresce molto ma, purtroppo, in italiano non si trova nulla)

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