Isobel Callaghan: una lettrice davvero testarda

Quando ho ricevuto il comunicato stampa dalla casa editrice Garzanti contenente le novità in uscita nei mesi primaverili, non ho potuto fare a meno di notare la splendida copertina che potete ammirare qui sotto: i colori leggeri e ben mescolati tra di loro, mi hanno immediatamente trasmesso un senso di pace, una strana familiarità, che ha portato la mia attenzione verso le poche righe di presentazione del romanzo e della sua autrice, una delle penne più importanti della letteratura australiana. 




Mi è bastato questo per convincermi a leggere il romanzo di cui sto per parlarvi e che esce proprio oggi per la prima volta anche in Italia.

Ebbene sì, poiché, nonostante Amy Witting – nome de plume di Joan Austral Fraser – fosse già da tempo una scrittrice di una certa importanza nel suo Paese di origine, pluripremiata e, dal 2002, anche insignita della carica di membro dell’Ordine dell’Australia (AN) per “il servizio prestato alla letteratura, alla poesia, alla short story australiana, e in qualità di mentore per tutti i giovani scrittori”, la sua voce non era mai stata resa percepibile al pubblico italiano.

E che voce! adatta a qualsiasi orecchio voglia godersi il proprio tempo di riposo in compagnia di una bella lettura che non risulta per nulla pesante e faticosa malgrado le tematiche affrontate dall’autrice siano particolarmente forti e attuali.

Dopo una vita trascorsa tra i banchi di scuola insegnando lingua inglese e francese, Witting approda alla letteratura esordendo, nel 1977, con il romanzo The Visit.

La sua scrittura incontra subito un ampio consenso eppure, quando termina la stesura di I for Isobel, pubblicare, per lei, sembra essere improvvisamente diventata un’impresa molto difficile; è il 1979, sono gli albori del movimento femminista in Australia e Witting subisce il rifiuto del proprio scritto perché in esso viene raccontata la storia di un rapporto madre-figlia malsano e alimentato dalla retrograda società australiana che vuole le donne un po’ più docili, un po’ più stupide dedite all’amministrazione della casa e alla cura della famiglia.

Devono trascorrere 10 anni prima che Witting possa effettivamente contemplare la sua opera tra gli scaffali delle librerie di Sidney, sua città natale.

Dopo I for Isobel la scrittrice compone altri romanzi e tra gli ultimi compare quello che potremmo definire un seguito del precedente: Isobel on the way to the Corner Shop che viene pubblicato nel 1999, due anni prima della scomparsa della sua autrice.

La lettrice testarda è Isobel Callaghan e questa è la storia della sua battaglia e della sua vittoria su una madre che l’ha sempre oppressa e disprezzata, una madre che non ha mai concesso un regalo a sua figlia, nemmeno nel giorno del suo compleanno, e che le grida contro quando la sorprende immersa nella lettura, unico luogo di pace che Isobel abbia mai conosciuto.

Ha quasi 9 anni, la giovane, quando inizia la narrazione che, fin dalle prime battute, rende evidente al lettore la tensione che tiene in piedi il rapporto tra Isobel e sua madre: che insolente quella bambina, ricordare a qualcuno che oggi è il giorno del suo compleanno e ricevere così un regalo!

Una piccola spilla, delicata, preziosa, un dono pensato apposta per lei: incredibile, Isobel non crede a questa magia e teme che il dono possa esserle sottratto da quella belva che non fa altro che disprezzarla.

Bisogna sbrigarsi e chiudersi nella propria camera per ammirare quel piccolo prezioso oggetto e poi nasconderlo non appena i passi della madre si avvicinano alla porta.

Una volta passata la bufera, sarebbe stato necessario coprire per bene la sottile fessura sotto la porta per evitare che la mamma, passando davanti alla camera in cui dormono Isobel e sua sorella, potesse scorgere anche solo un piccolo bagliore della candela accesa accanto a un libro che la bambina legge ogni sera fino a quando il sonno non prende il sopravvento.

Libri, libri, sempre libri! 

Perché mai una donna dovrebbe aver bisogno di libri e andare bene a scuola per poi dimostrarsi un completo disastro nelle faccende di casa?

Beh, se lo chiedete a Isobel, sono certa che ella possa fornirvi delle ragioni più che valide per rinunciare alla vita casalinga e intraprendere una carriera del tutto diversa, magari da scrittrice, come ha sempre sognato fare lei da quando nella sua testa hanno cominciato a prendere vita prima le lettere e poi le parole che hanno iniziato a giocare e a comporre termini dai curiosi significati utili alla bambina per imparare a formarsi una propria opinione da tenere ben protetta dentro i confini della mente fino al momento opportuno.

 

«Le parole ci sono. Ne abbiamo un sacco, di parole: sono come sgradevoli, piccoli insetti ronzanti. Era sveglia da due minuti ed ecco già al lavoro la fabbrica delle parole.»

 

Poi, un giorno, tutto cambia e Isobel è costretta a uscire dalla propria casa, dal proprio quartiere per andare incontro alla vita: ha solo 16 anni.

Scontrarsi con la realtà non è affatto semplice per una ragazza cresciuta sotto la continua minaccia della madre se non si fosse mostrata più calma, più stupida, più servizievole.

Isobel è convinta di non avere gli strumenti e le capacità necessarie per riuscire ad affrontare le altre persone senza risultare strana o impacciata, a cominciare dal luogo di lavoro in cui presta servizio come impiegata e traduttrice della corrispondenza in lingua tedesca.

Iniziare a lavorare, studiare stenografia per non fare torto alla zia tanto buona e premurosa che l’ha aiutata a trovare una nuova sistemazione e che le fornisce una paga mensile per riuscire a sostenersi e, a volte, a concedersi anche qualche svago, è davvero difficile e, a volte, anche doloroso vissuto nella propria solitudine.

Uscire dalla bolla di sapone permette alla ragazza d’incontrare finalmente un gruppo di lettori forti e appassionati come lei che si riuniscono proprio per discutere di libri.

Tutto sembra andare finalmente per il verso giusto ma le occorre un po’ di tempo per riuscire a convincersi che parlare sinceramente tra a mici è un’attività normale, anzi, molto stimolante.

Isobel cresce, impara a sopravvivere scontrandosi con piccoli e grandi traumi ricercando sempre nella lettura le parole di conforto e di aiuto per superare quei momenti difficili, di sconforto e abbandono.

Sentirsi soli, essere cresciuti da soli, e l’importanza di portare sempre con sé quel prezioso oggetto che la fa sentire viva, libera di essere quello che è, di pensare ciò che vuole: i libri vengono gustati dalla giovane Isobel ingorda di conoscenza che, poco alla volta, comprendere essere fame di parole, di poter dire la propria opinione in merito a qualsiasi argomento senza badare a nulla e a nessuno.


«C’erano parole che potevano essere portate in giro come talismani.»


Isobel, sua madre, le zie, la sorella, le colleghe di lavoro e le lettrici sue amiche sono tutte donne imperfette, donne che sono più o meno vittime di una società in cui, alla fine degli anni Settanta, ci si prepara ad assistere alle prime ondate femministe.

Sì, perché in questa storia, appartenente al genere del romanzo di formazione, si parla di femminismo, di rapporti violenti tra donne che influiscono profondamente sulla psicologia di coloro che ne subiscono le conseguenze e delle loro carnefici.

Isobel Callaghan è una di esse, una donna imperfetta che non perde mai di vista il proprio desiderio e non abbandona mai la propria passione per la lettura impuntandosi e intestardendosi al punto da dimostrare che, forse, tutto è possibile perché, in fondo, non si è mai del tutto soli.



Amy Witting


«Inutile diventare cattivi

Inutile diventare buoni. 

Sei quello che sei e qualsiasi cosa

Tu faccia non ti aiuterà a uscire dai guai.

 

Chiuse il libro e lo mise in valigia.

Non si è mai del tutto soli.» 

(Wystan Hugh Auden)

 

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