«Sopravvissuti»

Mario e Vittorio si erano conosciuti a metà degli anni Ottanta quando entrambi frequentavano la stessa scuola elementare e, da quel momento, non si sono mai più separati.
Mai, nemmeno quando la droga ha fatto la sua apparizione sotto i loro occhi nel bagno della discoteca.
Mai, nemmeno quando le crisi di astinenza e la fame hanno indotto Vittorio a compiere furti e omicidi.
Mai, nemmeno quando la droga ha deciso di portarsi via prima Elisa, poi Eleonora, poi lo stesso Vittorio.

«Oggi ho 48 anni. Dei miei amici mi restano solo i miei ricordi»

Vittorio, Elisa ed Eleonora, sono loro gli amici sopravvissuti al tempo e alla discesa agli inferi, salvati dal ricordo di Mario, il quale scrive e racconta di quella vita che, al momento presente, gli sembra essere così lontana.

«La droga per noi assunse un gran significato nella nostra vita, era come se qualcuno ci stesse offrendo un modo per non soffrire, per farci scivolare tutti i nostri problemi, lavarci, per così dire, dal dolore che avevamo addosso, dal viso, dalle spalle, e farlo cadere pian piano nella grata del tombino, sotto ai nostri piedi, nella fogna di quel bagno di una discoteca.»

Roma.
Inizio anni Novanta.
Mario, Vittorio, Elisa ed Eleonora avevano raggiunto la maggiore età e, con essa, i disagi giovanili, causati da condizioni familiari instabili, non hanno fatto altro che aumentare quel sentimento di estraneità e di malessere che già da tempo aveva invaso le loro menti trascinandole in un tunnel così lungo da non riuscire a percepirne il fondo, la fine della discesa.
Quattro voci accompagnano il lettore tra le scure strade di una Roma notturna illuminata da timidi lampioni ma lasciata nell’ombra là, dove la criminalità organizzata e lo spaccio di sostanze stupefacenti ha bisogno di rimanere nascosto agli occhi innocenti di coloro che giudicano ma che nemmeno riescono a intuire il dolore provato da quei quattro ragazzi.
Tenuti uniti da un profondo legame di amicizia, questi si stringono protetti dalle quattro mura di un appartamento che diventa, di giorno in giorno, sempre più spoglio ma che non perde mai nulla della sua tranquillità e della sua sicurezza.
Poi c’è il Tevere, il grande fiume che scorre tranquillo e che è testimone, da secoli, della storia di tutti coloro che sono nati e vissuti nella Città Eterna, la città del Colosseo e delle grandi piazze monumentali che danno a Mario un senso d’immortalità e di pace.
Pace.
Una parola strana e poco indicata quando si sta raccontando di una vita portata così al limite, fino all’ultimo respiro.
Mario, Vittorio, Elisa ed Eleonora hanno tutto oppure non hanno nulla – dipende dal punto di vista attraverso cui si osserva la scena – ma sopravvivono, o almeno ci provano, lottando e tentando di compiere, a piccoli passi, la scalata verso la liberazione da una sostanza che li tiene imprigionati e che, allo stesso tempo, li libera.
Resistere, fallire, rialzarsi, ricadere.
La sfida non è mai finita, bisogna continuare a combattere contro la forte corrente che trascina sempre più a fondo eppure, la forza di volontà sembra avere un potere minore rispetto alla nostra parte più animale che reclama a gran voce la sua dose costringendoci a cedere a quel richiamo come burattini che prendono vita grazie alle sapienti mani di un marionettista.
Così compiamo il suo volere.
La spiaggia del mio passato racconta la storia di quattro amici dei quali solo uno ce l’ha fatta.
Mario è riuscito a uscire a risalire dalle oscure profondità in cui lo aveva condotto una vita sregolata grazie all’aiuto della comunità di riabilitazione che lo ha accolto e che lo ha accompagnato in un percorso di rinascita che non siamo tenuti a conoscere.
A noi è concesso sapere che Mario c’è ritornato, in quel centro, dopo essere stato dimesso perché è lì che vivono i suoi ricordi e lì lui sente di poter respirare di nuovo con la testa fuori dall’acqua.
Quando parla dei suoi amici e di tutto quello che hanno passato insieme – è questa la parola più importante di tutto il romanzo – i suoi occhi si riempiono di una luce particolare che niente e nessun altro al mondo è in grado di accendergli se non il ricordo di quella tragica avventura che è stata la sua vita in compagnia di speciali compagni di viaggio.
La spiaggia del mio passato è il potente esordio di un giovane scrittore che decide coraggiosamente di vestire i panni di un uomo ben più anziano di lui facendogli vivere un’avventura straziante e che invita a riflettere sui pregiudizi e sugli stereotipi di cui cadiamo vittima troppo spesso, abituati a vivere in una gabbia protettiva nei confronti di un mondo a cui non sentiamo di appartenere ma di cui, in realtà, facciamo tutti parte.
Grazie alla scrittura asciutta e alla sintassi semplice e arricchita da un linguaggio romanesco ben comprensibile, Giulio Faccini ci regala una storia che consiglio a coloro che sono alla ricerca di emozioni forti o che abbiano il desiderio di conoscere una parte di storia legata all’introduzione delle droghe in Italia raccontata da un altro punto di vista – lungo il romanzo Giulio inserisce interessanti spaccati storici ben amalgamati con il resto della narrazione.

A ognuno il suo dolore, a ciascuno la propria gioia.

Tanti cammini verso un unico scopo: sentirsi liberi e felici.

Link di riferimento per approfondire

Post più popolari