Freshwater. Una commedia scritta da Virginia Woolf

Atto primo

Uno studio d’artista. La signora Cameron (Vanessa Bell) sta lavando la testa al signor Cameron

(Leonard Woolf). Ellen Terry (Angelica Bell), sulla pedana della modella, sta posando per Watts (Duncan Grant) nei panni della Modestia ai piedi di Mammona.
Edizione 1992 pubblicata per Ripostes Editore
nella collana i tascabili.
Il volume comprende entrambe le
versioni della commedia: 1923 e 1935.

Isola di Wight.
Baia di Freshwater.
Dimbola, dimora dei coniugi Cameron.

Intervengono alla messa in scena i membri del Bloomsbury Group mentre la direzione artistica viene lasciata nelle mani dell’autrice dell’opera: Virginia Woolf.

Non era che l’inizio del mese di marzo quando, durante una breve trasferta di lavoro a Lucca, mi sono imbattuta in questo piccolo libretto: Freshwater, una commedia in tre atti andata in scena una sola volta, durante la vita di Virginia, il 18 gennaio 1935 presso lo studio londinese di Vanessa Bell a Fitzroy Street.
A dire il vero Virginia aveva iniziato a comporre il testo 12 anni prima di quell’occasione, nel 1923, quando si trovava immersa nell’archivio della prozia, la famosa fotografa Julia Margaret Cameron, per organizzarne le opere e ricercarne informazioni utili alla realizzazione di due volumi pubblicati tra il 1925 (Pattledom) e il 1926 (Victorian Photographs of Famous Men and Fair Women).
Sbirciando e leggendo, Virginia inizia a trarre ispirazione da alcuni fatti realmente accaduti alla parente cominciando così a organizzare un primo abbozzo di quella che poi sarebbe diventata l’opera teatrale di cui vi ho accennato qualche riga sopra.
L’idea di Woolf è quella di realizzare una commedia in tre atti che, prendendo spunto dall’eccentrico ed esuberante carattere della prozia, esalti l’aspetto libertino e frivolo del Bloomsbury Group a cui, per latro, è dedicata l’opera.
Come sempre, però, gli scritti di Virginia nascondono tematiche importanti e profonde ben camuffate da una sapiente penna in grado di ammiccare elegantemente al lettore che, pur non prestando particolare attenzione durante la lettura, non può non percepire quel sottile velo di ironia che traspare da ogni parola pronunciata dalla giovane Ellen.
Quest’ultima, sposata al noto artista Watts, deve prestare il proprio corpo all’abilità del marito intento, nel momento in cui viene catturata la scena, a realizzare l’alluce di Mammona che sembra proprio non volersi lasciar disegnare.
Nel frattempo, la signora Cameron, impegnata nella ricerca di ali indispensabili per la buona riuscita della sua fotografia, obbliga gli sfortunati soggetti all’immobilità totale.
Un particolare di cui stavo per dimenticarmi riguarda i coniugi Cameron ritratti da Woolf in uno stato di costante attesa; ma attesa di cosa?
Delle loro bare.
Ebbene sì, essi attendono questi loro nascondigli sicuri da portare con sé nel lungo viaggio che li avrebbe condotti dall’Inghilterra all’esotica India.
Alla fine della vicenda – di cui non voglio svelarvi ogni particolare perché spero abbiate la curiosità di verificare ciò che vi sto raccontando con i vostri stessi occhi – Virginia decide di chiamare sul palcoscenico proprio lei, la Regina Vittoria interpretata da Eve Younger (anch’essa membro del Bloomsbury).
Quella che vi ho appena descritto è la trama di una lettura che vi occuperà, sì e no, un’ora del vostro tempo.
Ciò detto, potrebbe sorgervi la seguente domanda: cos’ho trovato di così particolare in questo scritto di Woolf da aver sentito il bisogno di condividerlo con tutti voi?
Come vi ho già accennato, la penna di Virginia ha sempre qualcosa di speciale perché non lascia mai nulla al caso e, il fatto che questo aspetto si possa osservare con chiarezza anche in un’opera tanto corta e composta per puro diletto, credo sia un aspetto davvero fantastico.
A tal proposito, andando a ripescare alcune informazioni riportate nella preziosa biografia su Virginia scritta dal nipote Quentin Bell (la mia “Bibbia” per quanto riguarda Woolf), ho scoperto quanto siano storicamente accurati sia i caratteri dei personaggi sia le ambientazioni in cui si svolge la vicenda. Tuttavia, essendo una commedia scritta e pensata per il diletto dei membri del Bloomsbury, Virginia ha comunque apportato alcuni cambiamenti funzionali allo scopo: i coniugi Cameron, infatti, non sono mai partiti per raggiungere il continente indiano, il loro viaggio, realmente avvenuto, avrebbe dovuto toccare le coste di Ceylon e la divertente storia amorosa tra Ellen Terry e il Sottotenente della
Julia Margaret Cameron nel 1870
Regia Marina John Craig (Julian Bell) è frutto della mente della scrittrice.
Insomma, accuratezze storiche a parte, Virginia inserisce nella narrazione importanti tematiche rivelando anche il carattere ribelle e femminista che ella ha in comune con una prozia della quale si racconta amasse passeggiare tra le strade di Londra avvolta da un appariscente abito rosso – pensate che, se la figlia della Signora Cameron non avesse avuto l’idea di regalare alla madre una macchina fotografica in occasione del suo cinquantesimo compleanno, noi oggi, non potremmo forse ammirare ritratti tanto suggestivi e innovativi per l’epoca in cui le immagini sono state scattate.



Atto primo (1935)
Ellen
«Oh, Signora Cameron, ha ucciso il tacchino? Ed io che amavo tanto quell’uccello.»

Signora Cameron
«Il tacchino è felice, Ellen. Il tacchino è diventato parte della mia arte immortale. Andiamo, Ellen. Sali su questa sedia. Le braccia tese in fuori. Lo sguardo verso l’alto. Alfred, anche lei, guardi in su.»
[…]
«Il massimo per l’Eccelso, Signor. Ora rimanete perfettamente fermi. Solo per quindici minuti»

Nonostante la bellezza di questo scambio di battute in cui si può cogliere tutto lo spirito dell’eccentrica Signora Cameron, è Ellen, in realtà, il personaggio che più mi ha colpito facendomi divertire in un modo che potrei definire “intelligente”.
Dunque, vediamo se riesco a spiegarvi il senso di questa mia ultima affermazione che, in effetti, sembra esserne totalmente priva.
Quando la ragazza si trova alle Needles (agglomerato di rocce calcaree presenti sull’isola di Wihgt), durante il secondo atto e incontra l’affascinante Sottotenente, Virginia studia uno scambio di battute straordinario in cui, attraverso la figura della giovane che appare quasi ingenua e sciocca, ella mette a nudo tutto il suo risentimento nei confronti di una società governata per lo più da uomini e in cui le donne rivestono il ruolo di puro, casto e modesto angelo del focolare.
Per loro niente divertimenti, niente discussioni, niente pensieri, solo obbedienza al padre, al marito, insomma a chiunque potesse DAVVERO indossare i pantaloni senza dare scandalo – come invece accade quando è Ellen a presentarsi a Dimola abbigliata in abiti maschili.

Atto Secondo (1935)
Ellen a John
 «E la bellezza è la verità; la verità è bellezza.; questo è tutto ciò che noi sappiamo e che dobbiamo chiedere. Sii buona, dolce fanciulla, e cedi il passo all’intelligenza.»

Ellen
«E il mio nome è Signore George Frederick Watts»

John
«Ma non ne ha un altro?»

Ellen
«Oh. Molti! Certe volte sono Modestia. Certe volte sono poesia. Certe altre ancora sono castità. Certe volte, generalmente prima di colazione, sono semplicemente Nell.»

Sono le tematiche centrali di Al Faro e Una Stanza tutta per Sé che sembrano riaffiorare in Freshwater  in una maniera più dolce e meno marcata rispetto a quelle opere ben più corpose e impegnative; è l’amore per la libertà di espressione e di pensiero che Virginia si conquista lottando con tutte le proprie forze dopo la morte del padre, avvenuta nel 1904, quando, in compagnia dei tre fratelli Vanessa, Adrian e Thobyn ella si trasferisce in quell’appartamento in cui è possibile parlare fino a notte fonda, uomini e donne insieme, mentre si fumano sigari e si beve caffè.

(1923)
Ellen (a Craig)
«[…] Non possiamo fuggire in un luogo dove la gente dice cose sensate?»

Signor Watts (dopo aver scoperto Ellen vestita da uomo in compagnia di Craig)
«Allora va in Gordon Square. Fonda una società in cui la sanità del matrimonio non sia più rispettata, in cui i veli siano strappati e i pantaloni, i pantaloni a quadretti…»
[…]
«Infelice fanciulla. Tu non hai ideali. Non hai fantasia. Non hai religione. Non hai il senso del simbolico nell’arte. Il velo che tu stracci è simbolo di purezza, di modestia e di castità…»

Iniziate a comprendere cosa intendo quando dico che Virginia è in grado di strapparmi sorrisi in modo “intelligente”?
Un altro aspetto che mi ha colpito è stato venire a conoscenza del fatto che il manoscritto woolfiano
Prima edizione 1976 pubblicata dalla Hogarth Press
sia stato ritrovato a Monk’s House solo dopo la morte di Leonard avvenuta il 14 agosto 1969.
La prima edizione, pubblicata dalla Hogarth Press grazie al lavoro svolto dal Professor Lucio Ruotolo (studioso di Virginia Woolf nonché membro fondatore della Virginia Woolf Society nel 1975 e curatore della Virginia Woolf Miscellany edita nel 1973), Freshwater appare nelle librerie londinesi nel 1976 prima di iniziare a fare il giro di molti paesi europei in cui si comincia a tradurre l’opera (In Italia viene pubblicata nel 1983 per La Rosa edizioni) e a metterne in scena le prime rappresentazioni teatrali pubbliche (la prima di queste si tiene nel 1982 al Centre Pompidou di Parigi).
Prima di terminare però, c’è ancora un aspetto di cui vorrei mettervi al corrente perché sta diventando per me un’ossessione: la presenza di un temperino dove si sarebbe potuto utilizzare qualsiasi altro oggetto utile a descrivere l’azione pronunciata da Alfred Tennyson.

(1923)
«(parlando delle lettere maiuscole all’interno degli articoli di giornale ma non posso svelarvi tutto perché perdereste completamente la sorpresa!) Hallam le estirpa dal “Times” ogni mattina con un temperino.»

Sono consapevole del fatto che possa suonare strana questa mia affermazione ma sì, da quando ho letto l’introduzione scritta da Nadia Fusini a La Signora Dalloway edita per Feltrinelli e in cui si mette l’accento sulla presenza costante di questo oggetto nelle opere di Virginia, non posso proprio fare a meno di notare ogni volta che questo fa la sua comparsa nelle situazioni meno probabili in cui si possa pensare al suo impiego.
È un aspetto davvero curioso e affascinante, almeno dal mio punto di vista.

Vi propongo ancora un passaggio:

Atto Terzo (1935)
John e Nell
«Sono tutti matti, proprio matti… E il messaggio che noi lasciamo al nostro tempo è: se volete dipingere un velo, Non scordate mai di cercare un fatto fra i cespugli di lampioni.»

Trovo che questa battuta sia tanto chiara nel suo significato quanto enigmatica, tanto poetica quanto affilata.
Credo che il messaggio di Virginia possa essere quello di ricordarci che ogni attimo della nostra vita è qualcosa di infinitamente prezioso che merita tempo e attenzione.
Dobbiamo agire e vivere con ogni senso a nostra disposizione per poi riuscire a rappresentare con le armi che appartengono all’Arte – unica vera voce di un’esistenza tanto preziosa, affascinante e tremendamente spaventosa – ciò che accade intorno e dentro di noi.

Link utili:
Per acquistare "Freshwater"
Virginia Woolf su Maremagnum.com
Italian Virginia Woolf Society
Virginia Woolf Project
International Virginia Woolf Society

Se vuoi leggere altri articoli su Virginia Woolf:
Siparietto curiosità – EPISODIO 9 – Monk's House
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