Virginia Woolf e il “mondo che si fa coscienza”: una nuova realtà

Residenza di Garsington Manor, 1923. 

Fotografia di Lady Ottoline Morrell
Courtesy: Babelio.com


Dal diario di Virginia Woolf: 

«Il lavoro deve nascere da un sentimento profondo, diceva Dostoevskij. È il mio caso, questo? O mi limito a fabbricare con le parole, amandole come le amo? No, non credo. […] Il problema però è nei personaggi. La gente (…) dice che io non so creare (…) personaggi che sopravvivano. […] Comunque mi sembra vero; io non posseggo quel dono della “realtà”. […] perché diffido della realtà, del suo basso prezzo. […] Ho io il potere di evocare la realtà vera? […] Prevedo (…) che questa sarà una lotta infernale. Il disegno è così strano e possente. Debbo continuamente forzare la materia per adattarvela.» 



È il 19 giugno 1923 quando Virginia si ferma per un momento, prende in mano il diario e inizia a riflettere su un importante cambiamento avvenuto nella sua scrittura: a meno di un anno di distanza dalla pubblicazione di Jacob’s Room il nuovo metodo di narrazione che aveva cominciato a sperimentare scrivendo la storia di Jacob inizia a prendere forma dandole la sensazione di aver trovato la strada giusta da percorrere per riuscire a dare un senso ai pensieri e alle emozioni che la vivono quotidianamente.
Procedere nel cammino però è tutt’altro che semplice e il precario equilibrio della sua mente viene costantemente minato da intense mattine trascorse a fare i conti con un faticoso processo di scrittura in cui ogni parola, scritta a mano su carta e poi battuta a macchina, viene accuratamente scelta tra tante e analizzata nel profondo prima di assumere la sua forma finale che deve calzare a pennello con la sensazione che quest’ultima ha il compito di esprimere – pensate che Virginia riesce a tenere meticolosamente conto di quante parole e di quante pagine redige ogni giorno appuntando questo dato sulle pagine del diario.
Le parole sono qualcosa di tremendo perché sono reali ed esprimono i fatti della realtà, nessuno può addomesticarle, le parole, ma possono essere amate e guidate affinché assumano la forma che la realtà necessita per essere rappresentata. 
  • Qual è la VERA realtà?  È quella che tutti noi possiamo vedere, toccare, sentire e annusare? 
  • Cosa c’è OLTRE a questa materialità che chiunque può esperire, di cui tutti possiamo fare esperienza?
  • Che cosa significa fare esperienza di qualcosa nel mondo governato dai fatti, dalle cose che accadono?
  • Cosa sono i FATTI?

«Quando scrivo sono semplicemente una sensibilità» [22 agosto 1922], una sostanza fluida che diventa un tutt’uno con il mondo circostante e che riesce, come la signora Ramsay in To the Lighthouse, a «lodare quella luce, senza vanità» riuscendo a lodare «se stessa, perché era severa, era penetrante, era bella come quella luce». Seduta alla finestra con in mano il lavoro a maglia, la signora Ramsay perde poco alla volta la percezione del proprio corpo espandendosi, diventando un unico essere che osserva il mondo esterno riempiendosi della luce del faro in lontananza: «Perso l’io si perdevano l’ansia, la fretta, l’inquietudine; e allora quando le cose si raccoglievano in questa pace, questo riposo, questa eternità, le saliva sempre alle labbra un’esclamazione di trionfo sulla vita. Si fermò, e guardò fuori in cerca del Faro» che poi si incantava ad osservare «finché diventava la cosa che guardava.»
Attraverso la contemplazione della luce calda e gialla del faro nella scura notte, la forma degli esseri viventi e degli oggetti intorno a questi diventa ritmo, diventa una melodia in onore di una bellezza che l’arte, in una sua qualsiasi espressione, non può fare altro che celare nascondendo la sua vera natura e circondando gli individui di un grigio alone di nebbia impenetrabile all’occhio dell’uomo comune che si limita a filtrare l’essenza vera della VITA sottovalutandone la contraddittorietà che la governa e che la rende ancora più affascinante.
Fare esperienza del mondo intorno noi con Virginia diventa un esercizio di concentrazione e di osservazione perché ci obbliga ad acuire al massimo i nostri sensi e a porci nei confronti del mondo con un atteggiamento curioso e avido solo di ascoltare e percepire la vita vista in un modo diverso, senza tentare di dare spiegazioni, di trovare giustificazioni, senza la necessità di seguire una linea temporale definita o di avere a che fare con personaggi ben caratterizzati che agiscono meccanicamente nel loro ambiente.
Godere di ogni singolo momento di essere di cui è composta la fisicità con cui ha a che fare ogni giorno la plastica mente dell’essere umano, rompere con la realtà ordinaria mandando in frantumi quel piano sicuro su cui tutti poggiamo per invitarci piuttosto a precipitare in una voragine, in una galleria che è la mente dell’uomo e lasciare che i ricordi affiorino indisturbati, caotici, emozionanti senza dimenticare nessuno di questi lungo il cammino perché ciascuno merita il tempo della riflessione e dell’osservazione.

«La cena è la cosa migliore che io abbia mai scritto: penso giustifichi tutti i miei difetti di scrittrice – il mio dannato “metodo”, perché non penso che si sarebbero potute raggiungere quelle particolari emozioni in altro modo.»

Da questo breve passaggio che Virginia scrive all’affezionata Vita in una lettera datata venerdì 13 maggio 1927, comprendiamo che
Virginia Woolf, maggio 1912
Courtesy: Babelio.com
sono le emozioni i mezzi attraverso cui l’essere umano può percepire il mondo che gli sta attorno. Esperire suoni, rumori e profumi permette alla saggia scrittrice di scavare la prima di tante gallerie facendosi largo tra i grovigli della mente di Mrs Dalloway o di Septimus Warren Smith fino al primo schianto, al primo vociare, alla prima occasione in cui l’imponente rintocco del Bing Bang, che severo scandisce il rigido trascorrere del tempo, obbliga la narrazione a ritornare al tempo presente chiudendo, ma solo per un istante, il primo di tanti impervi viaggi nel profondo della mente umana che Virginia percepisce essere composta da quattro dimensioni: esterno, interno, io e non-io. 
Per riuscire a esprimere al meglio la fluidità e la pluridimensionalità di cui è composto il mondo in cui l’essere umano si trova a vivere, Virginia decide di utilizzare il metodo del flusso di coscienza (stream of consciousness) che prende forma nelle stanze-viventi di Jacob (1922) per tuffarsi nelle impervie gallerie di Mrs Dalloway (1925) e di To the Lighthouse (1927) raggiungendo così la sua massima forma poetica in The Waves (1931).

«Voglio scrivere inosservata. Mrs Dalloway s’è ramificata in un libro; adombro qui uno studio della pazzia e del suicidio; il mondo visto dal sano e dal pazzo, fianco a fianco o qualchecosa di simile. Septimus Smith? È un nome adatto? E dev’essere più aderente ai fatti di Jacob: ma credo che Jacob sia stato un passaggio necessario, per me, verso la liberazione.» scrive nel suo diario il 14 ottobre 1922.

Forzare la materia e adattarla al mondo è la missione che Virginia decide di assumersi in qualità di intellettuale pur sapendo che molta della sua letteratura resterà oscura alla mente dei comuni lettori i quali rimangono ugualmente vittime della profondità e della complessità psicologica di tutti quei personaggi che non fanno altro che lasciarsi vivere ed esplorare da una sapiente mano che inevitabilmente trasmette in essi gran parte della propria esistenza, del proprio malessere, del proprio risentimento, della propria nostalgia e del proprio amore.
Mi rendo conto di quanto tutto questo possa sembrarvi complicato se non siete abituati a questo genere di letteratura ma vi consiglio ugualmente di tentare l’impresa perché sono certa che una volta che sarete riusciti a lasciarvi andare non potrete più fare a meno di quel brivido e di quella fascinazione che io stessa ho subito leggendo l’incipit di Mrs Dalloway – ho dovuto fare alcuni tentativi prima di riuscire nel mio intento quindi non disperate!
Virginia Woolf, Monk's House c.a. 1933-1935
Courtesy: ilSaggiatore – Virginia Woolf e i suoi contemporanei
Quello che dovrete tenere a mente nel momento in cui vi accingerete a leggere un libro di Woolf è di uscire dai vostri comodi abiti e spogliarvi di fronte a una telecamera che non ha alcuna intenzione di rimanere in superficie mostrandovi cosa accade in una giornata qualunque, no, quello a cui sarete esposti sarà una calata nelle profondità della mente umana.
Non che essere consapevoli di ciò possa esimervi da leggere e rileggere lo stesso incipit 3 o 4 volte, sia chiaro! Può tuttavia essere un valido aiuto così come il breve racconto della mia esperienza spero possa regalarvi un sorriso in questo difficile momento storico.

A seguito di due tentativi andati male, convinta che non ci possa essere il due senza il tre e frustrata dal fatto di non riuscire a comprendere che cosa ci potesse essere di così geniale in un passo che per me non aveva alcun senso logico comprensibile, ho deciso di cambiare metodo: avrei fatto come Clarissa!
Perciò, ho indossato scarpe e soprabito e sono uscita in strada per recarmi dal fiorista in centro città sforzandomi di vestire i panni del flâneur, ossia obbligandomi a passeggiare tra le vie osservando la vita che mi stava accadendo intorno in quel preciso momento: guardavo le persone chiedendomi che cosa avessero bevuto al bancone del bar, cosa stessero pensando mentre restavano in piedi incantati di fronte a una vetrina di abiti alla moda, guardavo con curiosità i piccoli corvi che, neri con il loro becco arancione, si divertivano a saltare tra un ramo e l’altro e mi domandavo come vedessero loro il nostro mondo e cosa mai stessero dicendosi cinguettando allegri.
Un trillo acuto mi riporta al marciapiede e alla strada.
Quel giorno, quando sono rientrata a casa, ho messo nel vaso i fiori e ho preso nuovamente in mano il mio romanzo pronta a comprenderne la meraviglia.

Puntate precedenti:

Note: 


Qualche Link interessante:


Post più popolari