Il primo incontro con Virginia Woolf. Leggere e scrivere in una stanza tutta per sé



(Virginia Woolf 1935)
Courtesy: Babelio.com
Il 28 febbraio del 1941 Virginia Woolf decide di mettere fine alla sua esistenza lasciandosi dolcemente annegare nelle familiari acque del fiume Ouse che scorre poco distante dalla sua amata Monk’s House.
È questa la fine di un percorso iniziato 59 anni prima quando, al 22 di Hyde park Gate, una piccola Virginia Stephen stava venendo timidamente al mondo ed è da questo punto che intendo inaugurare la sequenza di quattro articoli che ci accompagnerà per il mese di marzo.
In realtà, non voglio raccontarvi pedissequamente ogni momento e ogni sviluppo della vita di Virginia, quello che mi farebbe piacere trasmettervi è una visione più intima e personale della scrittrice prendendo spunto dai suoi lavori e dalla sua biografia per trattare temi che trovo sempre molto attuali. 
Virginia è un’intellettuale che ama discutere e che si interessa di tutto: partecipa a modo suo alla lotta promossa dal movimento femminista, ricopre il ruolo di correttrice di bozze durante il periodo di attività della Hogarth Press – casa editrice che lei e il marito Leonard Woolf fondano nel 1917 –, scrive per se stessa e per il pubblico che è sempre ansioso di leggere i suoi testi e le sue recensioni redatte con la consapevolezza di un critico letterario assai severo.
Virginia rimane sempre molto rigida nelle sue convinzioni, oppressa dalla compassione mostrata da parte degli uomini nei suoi confronti in quanto ‘donna di lettere’ – condizione che la costringe a imparare molto bene ad affondare la lama dove necessario per riabilitare il proprio ruolo e quello di donne che, come lei, avrebbero desiderato intraprendere una luminosa carriera:

«Sicuramente Virginia non desiderava essere un uomo, o essere trattata da uomo, desiderava essere trattata da eguale – possibilmente da superiore. A ogni modo, il più piccolo sospetto di accondiscendenza la irritava intensamente e comprensibilmente. Si arrabbiava e inveiva e i suoi colpi cadevano, molto spesso, su nasi innocenti. Poteva essere mostruosamente, ma incantevolmente, ingiusta e i suoi colpi ingegnosi, inferti sotto la cintura, qualche volta lasciavano brutti lividi» – Clive Bell, Virginia Woolf e i suoi contemporanei, testo a cura di Liliana Rampello, ilSaggiatore.

(Virginia Woolf con il padre Sir Leslye Stephen nel 1902)
Courtesy: Wikipedia Commons
Cresciuta sotto la rigida disciplina imposta dal padre Leslie Stephen – figura a cui rimane sempre molto affezionata e della quale avremo modo di parlare più avanti – Virginia inizia a comprendere molto presto l’importanza di ritagliarsi e costruirsi il proprio spazio all’interno della società e, proprio per questo, è consapevole di cosa significhi poter campare del proprio mestiere e riuscire a guadagnare una piccola moneta che le dia la possibilità di urlare a gran voce la propria indipendenza economica e morale. Per realizzare tutto ciò occorrono però alcuni elementi imprescindibili: disciplina, intraprendenza, intelligenza, buone capacità di osservazione del mondo esterno nonché notevoli doti retoriche.
Queste stese raccomandazioni sono declamate da Virginia in apertura al discorso che viene invitata a tenere davanti a delle giovani fanciulle che non aspettano altro che sentire la voce della grande Virginia Woolf, un'entità astrale in grado di fornire loro la ricetta magica per diventare scrittrici di successo (nelle sue lettere Virginia non fa segreto della rabbia provata di fronte a quello stuolo di giovani in adorazione apparentemente prive di qualsiasi vera pulsione di vita).
Non avrebbero mai dovuto accontentarsi, avrebbero invece dovuto imparare a fare questo mestiere come nessun altro avrebbe potuto fare: utilizzando uno sguardo più profondo, più attento e più curioso verso il vero cuore dell’uomo e verso la sua esistenza rompendone la superficie e penetrando al suo interno per scoprire cosa si nasconde dietro l’immagine.
Cosa c’è oltre ai fatti, oltre alla trama? 
Cosa accade al di là del velo di Maya?
Se da una parte infatti è la scrittura a fare la differenza nel variegato panorama librario, dall’altra una spiccata capacità di lettura del testo è sicuramente molto più apprezzata di un'abilità che permette solo l'esecuzione di un’analisi superficiale.
Mi pare ovvio che non sono tutti obbligati a compiere questo difficile salto tuttavia, un minimo di consapevolezza non potrà di certo guastare e tentare di seguire una linea guida potrà comunque aiutare.
Insomma, Virginia sembra volerci dire che lettura e scrittura sono destinati ad andare a braccetto e chi meglio di lei può dare un consiglio a noi aspiranti recensori, editor e comuni lettori se non colei che per anni indossa i panni degli uni e dell’altro riscontrando un ampio successo?
Perciò, per tutti coloro che staranno pensando che, in fondo, leggere un libro è un atto naturale che impariamo a eseguire fin da bambini, rispondo che sì, da una parte avete ragione ciò detto, quello che fa la differenza tra una lettura meccanica e una lettura, potremmo dire, profonda è il risultato, quello che vi rimane dentro dopo averla eseguita – badate che un ragionamento simile è applicabile anche alla scrittura nonostante essa richieda già di per sé uno studio più mirato e approfondito.
È chiaro che non esiste un unico modo per affrontare la lettura e la stesura di un testo ma diciamo che esistono delle condizioni necessarie che possono guidarci nell’impresa ed è esattamente di questo che parla Virginia, fluida e libera da qualsiasi condizionamento derivato dalla sua instancabile mente.

«Ma insomma, potreste dire, ti avevamo chiesto di parlarci delle donne e il romanzo – cosa ha a che fare, questo, con una stanza tutta per sé? tenterò di spiegarmi. Quando mi avete chiesto delle donne e del romanzo, sono andata a sedere sulla sponda di un fiume e ho cominciato a chiedermi che cosa volessero significare quelle parole. Avrebbero potuto semplicemente voler dire offrirvi alcune osservazioni su Fanny Burney; alcune altre su Jane Austen; un omaggio alle sorelle Brontë, con un ritratto della canonica di Haworth coperta di neve; forse alcune battute di spirito su Mss Mitford; una allusione rispettosa a George Eliot; un riferimento a Mrs Gaskell, e me la sarei cavata. Ma a una riflessione più attenta, quelle parole non sembravano così ovvie. il titolo «Donne e il romanzo» poteva significare – ed è possibile che così lo abbiate inteso – le donne e ciò che esse sono; oppure le donne e i romanzi che scrivono; o ancora, le donne e i romanzi dei quali sono protagoniste; o poteva lasciare intendere che le tre cose sono in certo modo inestricabilmente congiunte e voi volete che io le veda sotto quella luce. Ma quando mi sono messa a considerare l’argomento da quest’ultimo punto di vista, che sembrava il più interessante, ho dovuto presto rendermi conto del fatto che esso portava con sé un fatale risvolto negativo. Non sarei mai riuscita a raggiungere una conclusione. […] La sola cosa che potevo fare era offrirvi un punto di vista: se vuole scrivere romanzi, la donna deve avere denaro e una stanza tutta per sé.» 
A Room of One’s Own (Una stanza tutta per sé) – pubblicato il 24 ottobre 1929 come summa delle conferenze tenute a Newnhan e Girton – college femminili dell’Università di Cambridge – nel 1928.

«La donna deve avere denaro e una stanza tutta per sé» per poter eseguire al meglio il proprio mestiere. Credo sia celeberrima quest’ultima sentenza che ci mette di fronte a due fatti degni di nota nella biografia di Virginia: il primo riguarda la sua naturale appartenenza a una classe medio-alta della società londinese che le da accesso a un'educazione superiore, il secondo è che, nonostante la sua ricchezza di spirito, quella pecuniaria tarda ad arrivare ed è solo dopo la pubblicazione di Orlando [che le fa guadagnare circa 1000 sterline] che riesce a realizzare il suo sogno permettendosi il lusso di possedere una stanza tutta per sé.
(Stanza di Virginia Woolf a Monk's House)
Courtesy: L'Ippocampo editore

Protetta da quelle quattro mura Virginia trascorre gran parte del proprio tempo godendo della lettura delle opere di Shakespeare – ordinatamente conservate sugli scaffali di una piccola libreria – e scrivendo le pagine del suo prezioso diario, o abbozzando un’idea per il prossimo romanzo illuminata da una tenue luce mattutina che filtra tra i rami del melo. Nella stanza, a farle compagnia oltre ai libri e ai tanti oggetti in cui ella rivede il proprio spirito, c’è il meraviglioso camino su cui Vanessa – sorella di tre anni maggiore – ha decorato il faro di Saint Yves a ricordo della loro fanciullezza, a memoria di un luogo e di un tempo in cui sono state felici. 
Eppure, non è da quella stanza che Virginia redige le sue ultime lettere nella mattina di marzo del 1941 poiché a Monk’s House, prima che le sue finanze le permettessero il lusso di avere una stanza tutta sua al piano superiore del cottage settecentesco, ella si era dapprima sistemata nella vecchia rimessa per poi spostarsi di nuovo all’angolo del piccolo frutteto così da avere una vista più piacevole sulle marcite; ebbene, è proprio lì che scrive quelle due lettere indirizzate a Leonard e Vanessa, nella Writing Lodge, un luogo che lei adora perché custode di un oggetto a dir poco ‘straordinario’ agli occhi di lei: la sua scrivania.

«Non è la solita scrivania, una scrivania come se ne comprano a Londra o a Edimburgo e si vedono a casa di chiunque quando si va lì a pranzo; questa scrivania ha sentimento, è piena di carattere, affidabile, discreta, molto riservata.» 

In questo luogo appartato, troppo freddo d’inverno e troppo umido d’estate, Virginia non si dedica unicamente a creare le proprie opere ma lì legge e intrattiene, nella veranda, interessanti conversazioni con amici e familiari durante le tiepide giornate di primavera.

(Da sinistra: Angelica Bell, Vanessa Bell, Clive Bell, Virginia Woolf, Maynard Keynes e Lydia Lopokova, Primi anni '30) 
Courtesy: L'Ippocampo editore


[Vita a Virginia, 8 dicembre 1925, Long Barn] 
«Potresti dire anche a me, oltre che alle tue studentesse, come si legge un libro? Sono così in collera con Proust.» – Scrivi sempre a mezzanotte. Lettere di amore e di desiderio, a cura di Elena Munafò, Donzelli Editore

In effetti, quella di Vita, non è una domanda tanto strana e insolita: pensate a quante volte è capitato a voi di chiedervi quale sia il metodo migliore attraverso cui poter affrontare un determinato autore o un particolare tipo di scrittura che sapete esservi ostico. 
A me succede molto di frequente e condivido con Virginia la condizione altalenante di quel lettore che, da una parte vorrebbe conoscere tutto dell’autore di cui deve affrontare la lettura per essere idealmente preparato all’impresa e, dall’altro lato, quel lettore che preferisce invece non conoscere nulla né dell’opera né dell’autore per lasciarsi stupire dalla lettura a prima vista.
Come fare dunque? 
Diffidate di qualsiasi autorità voglia imporsi sul vostro personale parere e indicarvi con assoluta certezza cosa valga la pena di leggere e cosa no!
Questa è l’unica certezza dopodiché ogni strada potrebbe essere quella giusta per voi.
A questo punto però una confessione è di dovere: di recente mi sono posta lo stesso interrogativo che Vita ha rivolto a Virginia e devo dire che la risposta che ne esce mi ha definitivamente convinto a tentare un ulteriore approccio all’immensa opera proustiana – À la recherche du temps perdu è da sempre considerato un testo imprescindibile per ogni cultore del libro e, se lo dice Virginia Woolf, come non crederle e lanciarsi all'avventura?!
Impara a leggere e inizierai a comprendere anche quegli scrittori che ora appaiono ai tuoi occhi così difficili e incomprensibili – questa è più o meno il riassunto della risposta che Virginia da a Vita: ora comprendete la mia affermazione di cui sopra?
A questo punto però sorge un altro quesito: come bisogna fare per imparare a leggere
Direi che, la partenza migliore, potrebbe essere quella di individuare un luogo che vi garantisca calma e concentrazione dopodiché:
  1. Preferite, quando possibile, le letture in lingua originale alle traduzioni perché quest'ultime toglieranno inevitabilmente carattere alla versione di partenza – l'argomento viene sviluppato a lungo in una raccolta di saggi intitolata Per le strade di Londra che vi consiglio caldamente di recuperare nel caso in cui foste interessati ad approfondire l’argomento.
  2. Smettete di voler trovare nei libri che leggete la soluzione a tutti quegli interrogativi a cui non siete in grado di dare risposta poiché chiedere «alla narrativa di essere vera, alla poesia di essere falsa, alla biografia di essere lusinghiera, alla storia di rafforzare i nostri pregiudizi» non ci condurrà da nessuna parte, convincetevene! Come leggere un libro, Virginia Woolf, trad.it. Daniela Sandid, Passigli Editori.
  3. Se avete un’idea provate a scriverla su un pezzo di carta; lasciatela riposare e poi rileggetela ascoltandone il ritmo e cercando di percepire e riconoscere i diversi stati d’animo che vi provoca e che vi ha scatenato durante la scrittura. Provando a mettervi nei panni dello scrittore avrete la possibilità di comprendere profondamente tutte le fasi e le numerose sensazioni che questo atto suscita nella mente e nel cuore dell'autore-artista impegnato a costruire un mondo tra le sue pagine.
  4. Siate consapevoli del fatto che l’atto stesso della scrittura equivalga alla faticosa impresa di costruire una casa e che la lettura, o potremmo dire l'abitare suddetta casa, sia ancora più difficoltoso perché il lettore è obbligato a interagire con l’intera struttura di cui è solo un’ospite momentaneo invitato a immedesimarsi nella mente dello scrittore comodamente seduto in poltrona.
  5. Una volta eseguiti diligentemente tutti i punti di cui sopra, tornate a leggere gli autori che fino a oggi vi sono sembrati inavvicinabili e vedrete che rimarrete stupefatti davanti alla loro grandezza. Il libro ha bisogno di tempo per essere compreso a fondo, deve essere digerito prima di venire sottoposto a giudizio critico: badate che per sviluppare un'opinione sensata non c'è bisogno di essere completamente distaccati rispetto all’opera che si va a giudicare, quello che è necessario è guidare intelligentemente tutto quel baglio di emozioni che la lettura ci trasmette e imparare a far interagire tutto questo con uno sguardo più oggettivo.
«Dentro di noi c’è costantemente un demone che ama e odia» dice Virginia, lei che di demoni che stentano a tacere ne sa qualcosa, e questa nostra abilità è proprio quella che ci permette di ottenere un rapporto più profondo e intimo con gli autori di cui sarebbe un vero peccato perderne anche solo la più piccola traccia.
La lettura e la scrittura diventano, con Virginia, esperienze totalizzanti durante cui si impara a percepire le voci, gli atteggiamenti e i modi del pensiero degli autori di ogni epoca, siano essi uomini o donne non fa alcuna differenza perché «il grande artista è androgino», ci ricorda Quentin Bell in un meraviglioso passaggio inserito nella biografia dedicata alla zia.
(Virginia Woolf, Monk's House, Giugno 1926)
Courtesy: Babelio.com
A conclusione di questo primo approfondito incontro con Virginia Woolf, spero di essere riuscita a darvi un’idea della vera essenza di questa donna troppo spesso additata come personaggio triste e chiuso in se stesso impegnato solo a riflettere sul significato della morte. 
Ha amato la vita con tutte le sue gioie e i suoi dolori.
È stata una donna frivola, mondana, una profonda intellettuale, una tenera zia, un’amorevole sorella e una preziosa amica e amante. Uno spirito libero che, quando il caduco corpo le concedeva tregua, non esitava un solo minuto nel prendere il bastone da passeggio e perdersi tra la boscaglia di Rodmell o tra le trafficate strade di Londra in cerca di nuovo nutrimento per la mente e per lo spirito. 



Link:
Tutti i link ai testi citati li trovate inseriti nel corpo del testo
I nomi evidenziati, che non siano titoli di libri, sono stati inseriti come approfondimento all'argomento trattato

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