Due romanzi. Due autrici. Due vite. Un solo pomeriggio di letture.


Buongiorno cari lettori e care lettrici e benvenuti e benvenute in questo 2020!
Ormai le vacanze sono terminate e sarete già tutti e tutte alle prese con i vostri impegni – ahimè è la sorte di tutti noi – ma oggi è l’ultimo giorno lavorativo della settimana e sono convinta che possiate regalare, agli altri e a voi stessi, un grande sorriso.
Rivivere insieme a voi l’incredibile esperienza di una settimana fa ha la pretesa di essere il mio sorriso per voi perché, quel venerdì, mi ha davvero regalato emozioni che non scorderò mai.
Ebbene, venerdì 10 gennaio è stata una giornata interamente trascorsa alla scrivania con la testa immersa nei libri, e che libri! 
In 6 ore di lettura mi sono trovata a navigare nella mente di una fragile Virginia Woolf – straordinaria autrice di Al faro – e a curiosare tra le pieghe della vita di una malinconica Natalia Ginzburg – voce narrante di quel classico italiano che forse vi ricorderete dalle superiori e intitolato Lessico familiare.
A questo punto potrebbe venire spontaneo domandarsi dell’attinenza della prima nei confronti della seconda e viceversa, ma vi posso garantire che mai due autrici mi sono sembrate dialogare così bene nella mia testa; riuscivo a figurarmele una di fronte all’altra impegnate in uno stimolante racconto delle proprie esperienze, in un confronto critico e costruttivo. 
Insomma, Virginia e Natalia sono scrittrice molto distanti se si pensa al modo che hanno di esprimersi ma altrettanto vicine nella forza che la loro letteratura è in grado di trasmettere ancora oggi.


Tutto è cominciato quando, mesi fa, mi sono timidamente avvicinata alla figura di Virginia attraverso il libro illustrato Stanze tutte per sé edito da Ippocampo edizioni e interamente dedicato alle abitazioni e alle stanze private di tre personaggi che mi hanno rubato il cuore: Eddie Sackville-West, Virginia Woolf e Vita Sackville-West.
In quelle meravigliose pagine ho avuto il mio primo incontro con due donne che poi sarebbero rimaste al mio fianco nei mesi successivi invogliandomi ad approfondire la loro storia, il loro tempo, la loro arte: Vita e Virginia – in merito a questo affascinante argomento, ho però deciso di tenervi sulle spine ancora per qualche tempo dato che ho in serbo per voi una grande sorpresa per il mese di marzo. 
Pazientate e ne scoprirete delle belle!
Insomma, da quel momento non sono più riuscita a tornare indietro e ho iniziato ad avvicinarmi alla scrittrice attraverso alcuni dei suoi saggi – testi estremamente utili e importanti, non solo per avere una conoscenza più completa di Virginia in quanto intellettuale, ma anche per trovare ispirazione per i passi da compiere nel nuovo percorso di vita che ho scelto di intraprendere in editoria.
Nonostante debba ammettere che, in più momenti la sua voce sia stata per me illuminante, non riuscivo ancora a percepire come impellente il bisogno di incontrare la vera mano e la vera voce di Virginia nei suoi romanzi difronte ai quali ho sempre provato un certo timore reverenziale.
Tuttavia, se oggi mi trovo seduta alla mia scrivania per tentare di riportare per iscritto le forti emozioni che, proprio quella Virginia che tanto ho temuto, ha saputo regalarmi con il primo romanzo che ho deciso di affrontare, significa che non bisogna mai farsi fermare dalle proprie paure. 
Al faro mi ha affascinata eppure questa mia passione non si è manifestata immediatamente; no, ci ha messo un po’ Virginia prima di riuscire a conquistarmi incondizionatamente ma, alla fine, ce l’ha fatta – vi ripropongo il passaggio esatto oltre cui stupore e meraviglia si sono alternati di riga in riga.

[Osservando la Signora Ramsay – padrona di casa e protagonista della vicenda nonché alter ego di Julia Prinsep Jackson, madre di Virginia – intenta a riflettere rivolgendo lo sguardo verso il Faro lontano] «Perso l’io, si perdevano l’ansia, la fretta, l’inquietudine; e allora quando le cose si raccoglievano in questa pace, questo riposo, questa eternità, le saliva sempre alle labbra un’esclamazione di trionfo alla vita. Si fermò, e guardò fuori in cerca del Faro […] Si trovava spesso seduta a guardare, lì seduta a guardare, con fra le mani il lavoro a maglia, finché diventava la cosa che guardava.»

Non è stata una lettura rapida e semplice ma potrei affermare con certezza che questa sia una delle opere più belle che io abbia mai letto – e di Woolf ce ne sono ancora tante che mi aspettano sullo scaffale della mia libreria! 
Scritto con una sapienza e uno stile davvero unico, Al faro mi ha regalato innumerevoli emozioni: ho girovagato tra i pensieri dei personaggi, ho avuto la possibilità di vedere attraverso i loro occhi la vita, di riuscire a percepire il paesaggio e le azioni dei personaggi senza perderne il minimo dettaglio grazie alla meticolosa scrittura di Virginia – insuperabile nel momento in cui impegna la sua mente e la sua mano in una precisa descrizione di tutte le portate della cena organizzata dalla Signora Ramsay, protagonista della vicenda insieme al burbero marito. 
È stato esaltante quando, poco alla volta e armata di pazienza, ho iniziato a mettere al posto giusto tutti quei tasselli raccolti nei mesi precedenti per iniziare finalmente a percepire uno scorcio del quadro d’insieme e, in questo processo, le note curate da Nadia Fusini – una delle voci italiane di Woolf più autorevoli – mi hanno permesso di innamorarmi sempre di più e di riuscire a sentire le vibrazioni più profonde della voce di Virginia impegnata a racchiudere in questo romanzo la sua infanzia restituendo la pace ai coniugi Ramsay – nella vita reale, coniugi Stephen, padre e madre di Virginia – per riuscire a liberarsi dall’ossessione di quei due genitori imperfetti ma tanto amati.
Il romanzo, pubblicato nel 1927, segna un momento di svolta nella narrativa Novecentesca, il metodo di narrazione di Woolf ha qualcosa di straordinario: basato sulla memoria che serve per ricucire il passato e portare la riflessione al presente, non è che un pretesto per obbligare il lettore a riflettere sull’esistenza, sulla divisione dei ruoli sociali, sulla repressione delle inclinazioni sessuali e il senso della vita governato e mascherato forse dall’arte stessa che, per esprimersi, è costretta a utilizzare uno strumento imperfetto quale è l’essere umano.

Altrettanto forte e profonda, più rapida e alleggerita dalle tante parentesi e dagli innumerevoli incisi woolfiani, è la scrittura di Natalia Ginzburg.

«Nella mia casa paterna, quand'ero ragazzina, a tavola, se io o i miei fratelli rovesciavamo il bicchiere sulla tovaglia, o lasciavamo cadere un coltello, la voce di mio padre tuonava: – Non fate malagrazie!
Se inzuppavamo il pane nella salsa, gridava: – Non leccate i piatti! Non fate sbrodeghezzi! non fate potacci!
Sbrodeghezzi e potacci erano, per mio padre, anche i quadri moderni, che non poteva soffrire.
Diceva: – Voialtri non sapete stare a tavola! Non siete gente da portare nei loghi!
E diceva: – Voialtri che fate tanti sbrodeghezzi, se foste a una table d'hôte in Inghilterra, vi manderebbero subito via.» 


Non ho resistito alla tentazione di proporvi proprio l’incipit del romanzo per farvi comprendere quanto sia fresca e frizzante la scrittura di Ginzburg, perfetta per regalare al lettore uno sguardo sincero su un’epoca e su un’Italia degli anni difficili della prima metà del Novecento.
In Lessico familiare – breve autobiografia – Natalia si racconta attraverso questi parziali ricordi – perché, si sa afferma anche l’autrice, la memoria è labile – consegnando ai posteri un mondo che è ormai lontano ma che ha segnato l’esistenza di intere generazioni.
Quale incredibile emozione è stata ritrovare alcuni dei protagonisti della storia dell’editoria e della politica dei quali ho letto e ho tanto sentito parlare e qui presentati in una veste più informale, più umana.

«Io ricorderò sempre, tutta la vita, il grande conforto che sentii nel vedermi davanti, quel mattino, la sua figura che mi era così familiare, che conoscevo dall'infanzia, dopo tante ore di solitudine e di paura, ore in cui avevo pensato ai miei che erano lontani, al Nord, e che non sapevo se avrei mai riveduto; e ricorderò sempre la sua schiena china a raccogliere, per le stanze, i nostri indumenti sparsi, le scarpe dei bambini, con gesti di bontà umile, pietosa e paziente. E aveva, quando scappammo da quella casa, il viso di quella volta che era venuto da noi a prendere Turati, il viso trafelato, spaventato e felice di quando portava in salvo qualcuno.»

Natalia non addolcisce la realtà dei fatti: nella sua scrittura, amore, gioia e tragedia sono perfettamente presenti e accompagnati da nomi reali che tingono di un colore più intenso i lievi toni acquerello che caratterizzano l’opera che inizialmente avrebbe dovuto trattare del vocabolario e degli intercalari della sua famiglia ma che, in poco tempo, cambia carattere arrivando a utilizzare gli straordinari ed eccentrici membri Levi come attori principali in un’Italia in continuo mutamento e vessata da due conflitti mondiali.

«Nel tempo del fascismo, i poeti s'erano trovati ad esprimere solo il mondo arido, chiuso e sibillino dei sogni. Ora c'erano di nuovo molte parole in circolazione, e la realtà di nuovo appariva a portata di mano; perciò quegli antichi digiunatori si diedero a vendemmiarvi con delizia. […] Ma poi avvenne che la realtà si rivelò complessa e segreta, indecifrabile e oscura non meno che il mondo dei sogni; e si rivelò ancora situata di là dal vetro, e l'illusione di aver spezzato quel vetro si rivelò effimera. […] Molti si appartarono e si isolarono di nuovo o nel mondo dei loro sogni, o in un lavoro qualsiasi che fruttasse da vivere, un lavoro assunto a caso e in fretta, e che sembrava piccolo e grigio dopo tanto clamore; e comunque tutti scordarono quella breve, illusoria compartecipazione alla vita del prossimo. Certo, per molti anni, nessuno fece più il proprio mestiere, ma tutti credettero di poterne e doverne fare mille altri insieme; e passò del tempo prima che ciascuno riprendesse sulle sue spalle il proprio mestiere e ne accettasse il peso e la quotidiana fatica, e la quotidiana solitudine, che è l'unico mezzo che noi abbiamo di partecipare alla vita del prossimo, perduto e stretto in una solitudine uguale.»

Natalia Ginzburg non ha avuto vita felice ma, con il tempo, è riuscita a trovare la sua pace, il suo equilibrio e il coraggio di raccontare, nel 1963, una parte di quel mondo di antifascisti ritrovando i propri occhi di bambina, poi moglie e madre incapace di distinguere la cospirazione dall’ambiente familiare e amicale.

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