Chillu caddà succedere succederà

Questa volta voglio aprire la recensione proponendovi direttamente l’incipit del libro che ho appena terminato perché credo abbia un inizio davvero accattivante.

«Il ragazzino [Sergino] strabuzzò gli occhi, poi, coprendoli con tutte e due le mani, lanciò un urlo: “Madonnaaa!”.»

Matilde Genovese, nota amante di un importante giudice della città messinese in cui si svolge la vicenda, si trova rivolta faccia a terra in un mare di sangue. 
Le hanno tagliato la gola.
Forse ha subito anche uno stupro;  la gonna è alzata oltre le ginocchia.
Il delitto sembra essere avvenuto tra le 7:00 e le 7:30 del mattino del 25 aprile 2010 in un appartamento della palazzina di Via La Farina numero 481.
Mentre, piano piano, tutta la città si sveglia, il giovane Sergino e gran parte dei condomini sono pietrificati di fronte al cadavere della donna: che fare?
Bisognerebbe avvertire le autorità ma nessuno sembra volersi prestare all’azione così, accampando scuse davvero bislacche e anche un po’ comiche, tutti gli inquilini si ritirano nelle proprie abitazioni appioppando al povero Ingegner Procopio l’arduo compito di telefonare in Questura.

«La signora Giulia scattò in piedi con le mani alla testa dicendo: “Il latte, oh mamma, ho lasciato il latte sul fuoco” […] 
“Oh Dio, la lavatrice!” aggiunse la signora Teresa Filocamo. […] 
“E tu?” chiese l’idraulico alla moglie, “Tu, Mattia, per caso non hai dimenticato qualcosa?”
“Io no” rispose la moglie, “la porta di casa l’hai chiusa tu, che sei uscito dopo di me”.
“Nooo!” esclamò il marito» 

Nel frattempo, alla centrale di polizia, il Commissario Salvatore Cicala – detto Brontolo – fischietta allegramente manifestando il proprio buon umore nonostante la nottata trascorsa sul divano della centrale.
È una tranquilla mattinata di festa e lui, fiero della sua persona, si sta guardando allo specchio.
Ha appena finito di radersi quando:

«Scusi, dotto’, venga di qua, che c’è una telefonata…»
«È per me?»
«No, ma è meglio che venga lei…»
«Perché? Non puoi rispondere tu?»
«Io ho già risposto, dotto’, ma è meglio che parli lei».
[…]
«Non poteva aspettare un’altra ora per telefonare, ‘sto stronzo!» […] «Pronto, chi è che rompe a quest’ora?»

La domanda non sarebbe potuta essere più azzeccata; dall’altra parte del telefono, infatti, una voce, probabilmente camuffata, riferisce in modo caotico e impreciso della presenza di un cadavere in Via La Farina.
Chi è stato a chiamare? 
Si tratta forse di uno scherzo?
Burla o no, la segnalazione è stata fatta ed è d’obbligo recarsi in loco per verificare l’accaduto: la signora Genovese è a terra senza vita.

Mannaggia, questa proprio non ci voleva!

Non sarebbe potuto capitare caso peggiore al nostro Commissario; bisogna interrogare tutti i condomini – poco propensi a prestarsi alle indagini – e avvertire sua Eccellenza il Giudice Cancellieri.
Massima attenzione, massima riservatezza sul caso! 
Per nessuna ragione al mondo, la notizia sarebbe dovuta uscire da quell’edificio; impresa alquanto ardua considerando le parti coinvolte nel fattaccio ma, in un modo o nell’altro, le indagini devono fare il loro corso.
Nessuno sembra essersi accorto di nulla.
Nessuno pare aver sentito rumori strani o visto fuggitivi precipitarsi in strada. 
Nessuno stimava particolarmente la signora eppure nessuno sembrava avere motivi validi per ucciderla.
Nessuno tranne due individui non presenti al momento dell’arrivo della polizia: il vicino della signora, lo scapolo Vittorio Madonia, e la donna di servizio cingalese, Giada.
Il primo era misteriosamente uscito di casa molto presto nonostante il giorno di festa mentre la seconda si era recata a fare una passeggiata dopo essere stata congedata dalla padrona.
Insomma, come sempre la matassa, mano a mano che si tenta di disfarla, si rivela sempre più complessa e intricata del previsto.
Ma la verità è sempre una sola, «chillu caddà succedere succederà», e non saranno i numerosi incidenti di percorso a fermare il Commissario brontolone, il quale riuscirà a risolvere il pasticcio in modo avvincente e geniale.
In tutta la mia carriera di lettrice Una granita al caffè con panna è uno dei pochi polizieschi che ho apprezzato nonostante faccia parte di un genere letterario completamente estraneo alla mia zona di comfort, eppure vi assicuro che questo romanzo è in grado di catturare l’attenzione di chiunque si presti al gioco: individuare l’assassino nel minor tempo possibile e chiudere rapidamente il caso.
Per quanto riguarda la forma devo dire che ho apprezzato l’impiego di un lessico caratteristico del genere poliziesco e la presenza di dialettismi del tutto comprensibili che contribuiscono a una maggiore immedesimazione del lettore nella storia.
Inutile forse dirvi che la presenza massiccia di dialoghi molto rapidi accelera il ritmo narrativo senza concedere pause o momenti vuoti.

In tutto questo caos di indizi e fili che sembrano non avere né capo né coda, solo una cosa è certa: leggere questo romanzo mi fa fatto venire voglia di assaggiare una sfiziosa granita al caffè con panna!

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Recensione di Pamela Segnalini
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