Storia di una tragedia negata


«Bastardo, svegliati!»


Erano i fanti inglesi a gridare alle orecchie del giovane uomo in una calda mattina d’estate.
Cosa stava succedendo? 
Cos’era tutta questa confusione?
Non gli venne dato il tempo di capire, non gli venne dato il tempo di pensare: prima l’arresto, poi il rapido internamento al campo di Whart Mills.

«[...] mi hanno portato qui ieri. Mi chiamo Oscar Dell’Ongaro.»

Fame.
Nessuna igiene.
Tante persone diverse, diventati ormai solo numeri, stretti uno accanto all’altro per non perdersi d’animo, per non dimenticare di essere vivi, per raccontarsi storie di una vita che era rimasta fuori dalle mura che delimitava la loro sporca prigione.
C’erano ebrei, tedeschi e italiani, tanti italiani, arrivati in Inghilterra anni prima e che si erano ormai creati una nuova vita in un paese più ricco e in cui il regime fascista, già in essere, non avrebbe potuto fare loro alcun male, o almeno così credevano. Erano convinti che ci fosse stato un errore, un malinteso da parte di un governo che, almeno vent’anni prima, li aveva accolti e aveva dato loro la possibilità di trovare un impiego e accumulare un po’ di ricchezze, formare una famiglia.
Rinchiusi in quelle mura c’erano operai, impiegati, artisti, giornalisti, ristoratori, cantanti, musicisti e campioni di nuoto, come Oscar, tremula voce narrante.
Cosa poteva mai essere successo in quel caldo giugno?
Cosa aveva trasformato i pacifici migranti italiani in potenziali spie da eliminare nel minor tempo possibile?
Era iniziata ufficialmente la guerra e, il 10 giugno 1940, l’Italia era pronta a dichiarare il proprio ingresso nel conflitto a fianco della Germania nazista.
Da quel momento, tutti i cittadini di origine italiana vennero immediatamente dichiarati nemici pubblici e, in breve tempo, i fanti inglesi iniziarono a rastrellare l’intero territorio britannico sottraendo mariti, fratelli e figli alle proprie famiglie; ecco quello che stava accadendo.
Tutti dovevano essere prelevati dalle proprie abitazioni e deportati, tutti, nessuno escluso, persino coloro che, come Oscar, non riuscivano a comprendere nulla di quella lingua tanto diversa da quella da loro parlata quotidianamente: l’inglese.
Rinchiusi in uno spazio angusto, sporchi e affamati, i prigionieri iniziarono a creare forti legami necessari alla sopravvivenza in condizioni così ostili: erano pronti a tutto, avrebbero affrontato qualsiasi cosa con la speranza di poter, un giorno, ritornare a stringere i propri cari.

A volte il destino è davvero inclemente con le anime più buone.

I giorni trascorsero, uno uguale all’altro, fino al momento della selezione e dello spostamento dal campo di Whart Mills al porto di Liverpool pronti a essere imbarcati per una meta a loro ancora sconosciuta.
Canada, sembrava quella la meta scelta dal governo inglese, ma la conferma arrivò solo quando gli sfortunati detenuti si trovarono davanti l’imponente nave da crociera che per anni aveva scarrozzato, da una parte all’altra dell’Atlantico, personaggi importanti del mondo del cinema e non solo. 
Arandora Star, era questo il nome che ancora si riusciva a intravedere sotto lo spesso strato di vernice grigia con cui era stata ritinteggiata l’intera nave.

L’imbarcazione «aveva un cannone a prua e forse un altro anche a poppa. E rotoli di filo spinato stringevano il profilo di ogni ponte e rendevano spettrali le lance di salvataggio che vi pendevano sopra.
Non era una nave da guerra eppure l'avevano truccata come se partisse per una festa in maschera. Sulla plancia svettavano due scuri e grandi fumaioli [...]»

La nave era pronta a salpare ma il carico di uomini era eccessivo e la linea di galleggiamento molto alta sul livello dell’acqua.
Nessuna croce rossa in campo bianco era stata dipinta sulle ciminiere e nessuna nave più piccola aveva avuto l’incarico di scortare a destinazione l’imbarcazione.
In queste condizioni, il rischio di essere scambiati per una nave militare carica di armi era molto elevato e il pericolo di un attacco da parte di sommergibili tedeschi, presenti in zona, era quasi sicuramente inevitabile.
Era una strage annunciata di cui l’equipaggio, i fanti inglesi, lo stesso governo britannico e i passeggeri erano ben consapevoli. Eppure gli ordini vennero seguiti in ogni dettaglio condannando tutti gli uomini imbarcati a immolarsi come vittime innocenti della Storia.

Era l'alba del 2 luglio 1940 quando la sala macchine della imponente nave, venne colpita dall'ultimo missile lanciato da un u-boot tedesco che stava rientrando alla base dopo aver portato a termine una missione per conto del proprio paese. 
Lo scontro fu terribile e per molti non ci fu possibilità di fuga a causa del filo spinato, delle poche scialuppe di salvataggio e dell’inquietante mare nero di gasolio che si espandeva tutto attorno alla nave ferita.
Sono gli occhi di Oscar a raccontarci l’immagine finale di una tragedia annunciata: il parroco, saldo sulla nave ormai completamente in posizione verticale, intento a benedire coloro i quali, arresi al proprio destino, si stavano preparano a inabissarsi nel freddo oceano uniti in un eroico atto finale.

Furono 805 le vittime stimate e, di queste, 446 furono italiani.

I primi soccorsi ai superstiti in mare giunsero, dalle coste canadesi, molte ore dopo l’incidente e alcune delle scialuppe che riuscirono a fare ritorno a Liverpool vennero tempestivamente reimbarcati verso l’Australia.
I corpi di tanti di loro vennero restituiti dal mare, ormai irriconoscibili, settimane dopo il tragico naufragio e, ciò che rimaneva di quei corpi, venne tratto in salvo sulle fredde coste d’Irlanda e sepolti in bare di legno – acquistate grazie a numerose collette – in un commovente gesto di umanità.


In questo romanzo, in cui agiscono personaggi realmente esistiti, Oscar, l’amico irlandese Pascal membro dell’equipaggio e la famiglia di quest’ultimo servono a Maffei come espediente narrativo per raccontare tutta la vicenda che ancora oggi, a distanza di quasi ottant’anni, non viene riconosciuta come dovrebbe.
Per questo motivo, vi chiedo di prendervi qualche minuto, prima di immergervi nella lettura di questo romanzo, per permettervi d’immedesimarvi nei personaggi, tentando di comprenderne le emozioni, le sensazioni una volta strappati brutalmente alle proprie famiglie senza un’apparente ragione, solo per il fatto di essere italiani, di essere degli immigrati pacifici diventati il simbolo di maggior pericolo per l’incolumità del paese ospitante.
Oggi non siamo poi molto distanti da quella situazione, provate a pensarci, è un ciclo che continua a ripetersi all’infinito, almeno fino a quando non ci decideremo ad arrestarlo imparando dalla Storia che, forse, potremmo fare di meglio per chi ha dovuto soffrire prima di noi, per chi vive oggi con noi e per chi verrà dopo di noi.
Il passato non si può cambiare ma abbiamo l’obbligo morale di ricordare ciò che è stato per poter cambiare il presente perché pensare al futuro è davvero molto difficile. Credo che se riuscissimo a concentrarci sul presente, sarebbe già una conquista.
Per troppo tempo questo crimine di guerra – come tanti altri, sicuramente – è stato taciuto e nascosto.

Guido
Cesare
Padre Gaetano
Ettore
Severino
Emilio
Giuseppe
[tutti loro e tanti altri]

Fate in modo che questi nomi, che queste storie non vengano mai dimenticate, per noi, per loro e per tutte le famiglie che finalmente hanno ritrovato i propri cari dispersi in quel tragico 2 luglio 1940.
È questo l’appello di Maura:

«Nel nome di Cesare e di tutti gli altri, desidero tanto che questi nostri morti siano citati, prima o poi, sui libri di storia con affetto e con indulgenza. [...] Sono nostri, questi morti, ci appartengono: erano italiani e furono le vittime innocenti d'un crimine di guerra.»

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