La signora che ci portò l’America: Nanda e Papa Hemingway


Dopo aver introdotto la figura di Fernanda Pivano, mi è sembrato doveroso presentarvi un altro incredibile protagonista della vita di questa grande traduttrice; un uomo alto e imponente, terribilmente affascinante e introverso, amante – forse un po’ troppo – dell’alcool e dell’adrenalina: Ernest Hemingway. 
Si commuove Nanda – come la chiamava lui – quando le viene domandato di raccontare del suo primo incontro con Papa Hemingway.



«Tell me about the Nazi»

Una frase quasi sussurrata all’orecchio di lei avvolta in un primo caldo abbraccio.
È il 1948 quando Nanda e Hemingway si trovano finalmente uno di fronte all’altro presso l’Hotel Concordia di Cortina: da una parte, una giovane trentenne dalla lunga treccia bionda, dall’altra, quell’uomo alto e piacente con la fama di essere un playboy ubriacone oltre che un importante scrittore bistrattato dalla critica americana e definito dagli italiani come un “gaglioffo che parla solo di meretrici e di toreri”. 

«Parlami dei nazisti»

Hemingway è piacevolmente incuriosito dalla figura di quella giovane donna che si è già distinta come “ribelle” nel panorama librario durante il secondo conflitto mondiale portando agli italiani le traduzioni di romanzi americani – provenienti da un paese nemico – scritti da autori a loro volta fuori dagli schemi e non proprio ben visti dalla critica nemmeno nel loro paese. 
In effetti, a causa di questa sua intraprendenza, ella viene arrestata almeno tre volte durante la guerra e una di queste è proprio in occasione del ritrovamento, in Casa editrice Einaudi, della traduzione italiana di Addio alle armi. 
Non intende cacciarsi nei guai di proposito Nanda, sa semplicemente che non avrebbe mai potuto resistere all’imminente innamoramento per quel modo di scrivere così realistico, così pragmatico, mai visto prima. 
E il fatto è che Papa riesce sempre a sapere tutto e, come questo sia possibile, è qualcosa che nemmeno Fernanda, durante i lunghi anni trascorsi insieme, riesce a spiegarsi: 

«Sapeva sempre tutto ma non riuscivi mai a comprendere come facesse, era impossibile capire da dove gli arrivassero le informazioni».

Hemingway è un uomo estremamente forte ma solo e tragicamente innamorato della vita, di una vita fatta di eterno movimento e avventura: non potrebbe mai nemmeno immaginare un’esistenza fissa in un unico luogo.
In sua compagnia Fernanda inizia a girovagare un po’ per il mondo finendo addirittura per soggiornare qualche tempo presso la sua dimora:

«Ho avuto la fortuna di lavorare per mesi al suo stesso tavolo guardandolo con attenzione mentre scriveva, sentendomi spiegare con veemenza, perché faceva certe correzioni o buttava via certi fogli…Un privilegio, il mio, di cui non ringrazierò mai abbastanza gli dei»

Lui vive per l’avventura, vive per il coraggio che ammira e che desidera colmi la sua intera esistenza. Adora mettersi alla prova e brama le situazioni di pericolo arrivando ad amare profondamente anche la morte nella sua espressione più viva e libera.
È quella la sua meravigliosa e tragica esistenza; lui è il Leone d’America.
Un leone che fin da ragazzo ha deciso di vivere per l’avventura abbandonando gli studi, iniziando a lavorare come reporter per una rivista e arrivando, nel 1917, a offrirsi come volontario per le missioni al fronte durante la Prima Guerra Mondiale.
Scartato dal corpo militare per un difetto della vista, egli decide di arruolarsi nel corpo della Croce Rossa di istanza in Italia sul fronte del Piave e, per documentare ancora meglio la guerra, domanda di farsi trasferire più vicino al confine andando a ricopre il ruolo di assistente di trincea – deve fornire ai soldati i generi di prima necessità e di primo soccorso. 
Durante un bombardamento viene gravemente ferito a una gamba ma riesce ugualmente a portare in salvo un commilitone rimasto a terra. 
Dopo un primo e sbrigativo soccorso viene trasferito presso il nuovissimo ospedale per soldati americani nel centro di Milano, una città a noi ora completamente sconosciuta con molta più nebbia, luci soffuse, navigli ancora aperti e le tante insegne di bar e ristoranti che punteggiano le vie del centro.

«Arrivammo a Milano la mattina presto e ci scaricarono allo scalo merci. Un’ambulanza mi condusse all’ospedale americano. Andando in ambulanza coricato sulla barella non riuscivo a capire in che parte della città stessi passando, ma quando scaricarono la barella vidi la piazza di un mercato e una bottiglieria aperta con una ragazza che spazzava. […] C’erano le rotaie dei tram e più in là la cattedrale. Era bianca e umida nella nebbia. Sulla nostra sinistra c’erano i negozi con le vetrine accese, e l’ingresso della Galleria. […] Più tardi, quando potei uscire con le stampelle, andavamo a cena al Biffi o al Gran Italia e sedevamo sui tavolini all’aperto della Galleria. […] Capivamo bene il Cova, che era comodo e caldo e non troppo vivamente illuminato, e rumoroso e pieno di fumo a certe ore e c’erano sempre ragazze ai tavoli e giornali illustrati su una rastrelliera appesa al muro. Le ragazze del Cova erano molto patriottiche, e io scoprii che in Italia le persone più patriottiche erano le ragazze ai caffè, e credo che lo siano ancora.» – Henry a Milano in Addio alle armi.

Ciò che affascina e colpisce Fernanda a prima lettura, tanto quanto noi lettori, è la consapevolezza di essere di fronte al racconto, non di una storia di guerra qualsiasi, bensì della sua storia, al racconto di quell’amore struggente e mai davvero scomparso per la giovane e graziosa infermiera di cui Henry alter ego di Hemingway – si innamora perdutamente e con la quale si perde in lunghe passeggiate per le sontuose vie del centro cittadino.
Ritornato in patria Hemingway, come il suo soldato, accolto come un eroe di guerra, deve rifarsi una vita e dimenticare il passato – azione che non è affatto semplice per il giovane scrittore che inizia immediatamente a lavorare all’opera di cui sopra: Addio alle armi.
Il romanzo, pubblicato in America nel 1929, viene tradotto da Nanda nel 1943 ma viene messo a disposizione del pubblico italiano solo nel 1949 a causa delle forti critiche presenti nella narrazione verso l’esercito italiano e tutto il sistema politico allora vigente – ve ne do un piccolo assaggio:

«”Non la si vince la guerra con le vittorie […] Bisogna che gli austriaci smettano di combattere. O da una parte o dall’altra bisogna smettere di combattere. E perché allora non smettere noi? Lasci che vengano in Italia. Poi si stancano e se ne vanno. Hanno un paese anche loro. Ma no, ecco che invece bisogna continuare la guerra!”
“Sei un oratore?”
“Ragioniamo anche noi, leggiamo anche noi. Non siamo dei contadini. Siamo dei meccanici. Ma perfino i contadini credono in qualche cosa meglio della guerra. Tutti la odiano la guerra.”
“Soltanto al governo c’è una classe che non capisce e non capirà mai niente. Ecco il motivo della guerra” disse un altro» – Addio alle armi

Egli vive sempre al limite prendendo parte attivamente sia alle guerriglie interne ai diversi paesi – come membro del controspionaggio  in Spagna tra il 1936 al 1939 e a l’Avana nel 1942 quando le milizie della Quinta Colonna nazista tentarono d’infiltrarsi a Cuba – sia ai più grandi conflitti mondiali, o direttamente come volontario al fronte – durante la prima – o come reporter di guerra dallo sbarco in Normandia del 6 giugno 1944 in avanti.

«Ciò che mi legò subito a Hemingway fu il suo antifascismo, basato sul fatto di non volere le guerre, di non volere le dittature, ad ogni costo» racconta Fernanda.

Ama l’avventura e ama la tragicità della vita che si esprime molto bene durante le corride a cui assiste molto di frequente in Spagna. 
Non si arrende nemmeno quando il suo corpo comincia a cedere e i medici gli consigliano di cominciare a pensare a una vita più tranquilla e sedentaria. 
Inizia a soffrire di forti crisi depressive che peggiorano nel tempo. Intanto si ammala di nefrite e di epatite. 
Ma lui non ci sta, non ha nessuna intenzione di arrendersi così, parte per un safari in Uganda con Martha – sua terza moglie – dal quale ritorna totalmente sconfitto fisicamente – a causa di un incidente aereo – e mentalmente. 
Comprende che viaggiare sarà sempre più difficile per lui.
Ammalatosi di diabete e sempre più vittima di alcool e depressione, Hemingway decide di sottoporsi a 24 sedute di elettroshock che gli rubano i ricordi, annebbiano la sua mente privandolo di tutta la sua essenza vitale.
Tra il 1953 e il 1954 trascorre un lungo periodo in Veneto soggiornando per alcuni mesi a Venezia. 
Stabilitosi in laguna convoca immediatamente Nanda per sottoporle il suo ultimo manoscritto; glielo lancia sulle gambe e questo si apre come un fiore – racconta la stessa Pivano. 
L’emozione è tanta ma la qualità delle pagine lette non è comparabile agli altri scritti del grande Papa e a lui basta guardarla negli occhi per comprendere di essere completamente sconfitto.

«Hemingway si alzò, prese il manoscritto dalle mie gambe e se ne andò in camera. Capii che era giunto il momento di tornare a casa.»


Nel frattempo, nel 1949, Fernanda si sposa con l’architetto Ettore Sottsass e si trasferisce a Milano pronta a dedicarsi allo studio e alla traduzione di classici americani come Faulkner e Francis Scott Fitzgerald.
È l’inizio degli anni Cinquanta e una nuova ondata di giovani scrittori è pronta ad approdare in una Italia che resta sconvolta da quel loro atteggiamento al limite del concepibile; sono gli autori della beat generation che, mossi dallo slancio libertario hemingwayano, con i sandali slacciati, senza cravatte, esprimendosi in modo insolente, sono in grado di salvare l’America dall’inevitabile declino in cui il governo di McCarthy sta trascinando l’intero paese.
Ormai molto malato e consapevole di aver guardato in faccia la morte per troppe volte, il 2° luglio 1961, Hemingway decide di sottrarre l’arma messa sotto chiave da Martha e si spara dritto in bocca.

Pivano: «il cervello dello scrittore che rivoluzionò il mondo della scrittura era spappolato su tutto il soffitto».

La loro è stata una profonda amicizia che ha permesso a Nanda di regalare all’Italia le parole di un grande scrittore e uno scorcio di quello che è stato un uomo estremamente fragile.
Aveva vinto il Nobel nel 1954, Hemingway, con Il vecchio e il mare ma era ormai troppo tardi, il Leone d’America era stato sconfitto dalla vita stessa che lui aveva tanto amato.
Se n’é andato canticchiando una canzone che aveva imparato a Cortina proprio da Nanda:

«Tutti mi chiamano bionda, ma bionda io non sono: porto i capelli neri, neri come el carbon»

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