In memoria di Irène


L'aria è calda, soffocante, asfissiante. 
La fame si diverte mettendo in atto un sadico gioco.
La polvere s'insinua ovunque e il malessere e la paura sono i loro più cari amici.
Loro sono gli ebrei.
Lei è Irène Némirovsky, una delle scrittrici del Novecento che più amo e apprezzo e che, il 17 Agosto del 1942, muore ad Auschwitz a causa di un'epidemia di tifo lasciando dietro di sé un patrimonio culturale ancora poco conosciuto nel resto del mondo, fatta eccezione per la Francia che, già da tempo, poteva apprezzarne le opere.  
Il 6 Novembre di quello stesso anno, anche il marito Michel Epstein muore ad Auschwitz dopo aver tentato in tutti i modi di salvare da morte certa l'amata Irène.
Oggi, Agosto 2019, voglio raccontarvi brevemente la storia di questa grandissima scrittrice attraverso i libri che fino ad ora ho potuto apprezzare sperando di riuscire nell'intento di trasmettervi quel senso di venerazione e ammirazione che mi conquistò fin dal primo momento in cui i miei occhi furono attirati dall’elegante copertina di Suite Francese, uno dei suoi capolavori. 


Nata a Kiev nel 1903, figlia di un importante banchiere ebreo appartenente all’alta borghesia russa, Irène crebbe in un elevato ambiente culturale coccolata dalle dolci attenzioni della tata francese che le insegnò ben 7 lingue. Sfortunatamente, a causa della rivoluzione politica che colpì l’impero zarista nel 1918, la famiglia fu costretta ad abbandonare la propria patria - travestiti da contadini - per dirigersi verso la Svezia, poi la Finlandia per giungere infine alla splendida e viva Parigi, era il 1919.
A 21 anni Irène si iscrisse alla facoltà di Lettere alla Sorbona e, da quel momento, iniziò per lei una nuova vita immersa in uno degli ambienti culturali più vivi dell'epoca riuscendo perfettamente in quell'opera di integrazione che tanti ebrei immigrati come lei non potevano tollerare - questo "scontro" di idee e posizioni sarà sempre molto vivo nei romanzi dell'autrice tanto da averle valso l'accusa di antisemitismo avanzata dalla propria comunità religiosa poiché i suoi ebrei venivano dipinti sempre come esseri negativi, caricaturali, ripugnanti nella mentalità e nei sentimenti e repellenti nell'aspetto. Nonostante ciò, fedele alla propria idea d'integrazione alla cultura e ai costumi del paese ospitante, Irène decise di convertirsi al cattolicesimo sostenuta dal marito, sposato nel 1926, e di persistere nella rappresentazione del mondo per come essa riusciva a percepirlo senza smussare gli angoli o ingentilire i caratteri dei propri personaggi, purtroppo però, questa sua testardaggine le procurò, con la promulgazione delle leggi antisemite e un continuo inasprirsi del rapporto tra ebrei e non ebrei, un senso di colpevolezza nel timore di avere in qualche modo sostenuto la brutalità di questo nuovo e brutale pensiero. Tuttavia non avrebbe potuto agire in altro modo, i suoi racconti e i suoi personaggi non sarebbero più stati gli stessi, non sarebbero stati gli uomini e le donne che Irène vedeva e stentava a comprendere. 
Una situazione scomoda e dolorosa senza ombra di dubbio ma che la scrittrice riuscì a sostenere senza apparenti cedimenti, almeno dal punto di vista letterario poiché, quando lei e il marito si videro rifiutata la possibilità di ottenere la cittadinanza francese nel 1935 e quando, nel 1940, fu impedito loro di lavorare in quanto soggetti alle leggi antisemite da poco promulgate, fu davvero un duro colpo da cui riprendersi. Eppure ella seppe reagire e vinse ancora una volta grazie al sostegno dei propri editori che si arresero solamente davanti alla deportazione e all'inevitabile fine rimanendo comunque accanto alle figlie e conservando per loro, e per i posteri, tutti i manoscritti ben chiusi in quella valigia che Denise, la più grande, facendosi coraggio, decise di aprire molti anni dopo la scomparsa della madre per scoprirne il prezioso contenuto donato, in un secondo momento, all'archivio di Francia nel 1990 che si impegnò nel divulgarne a sua volta il contenuto permettendone la pubblicazione e la traduzione. 
Ecco che finalmente i personaggi e i racconti di Irène presero vita riuscendo ad arrivare, con le loro storie, nelle case di tanti lettori, di tante epoche, culture e lingue differenti parlando a tutti di un mondo che ancora esiste - anche se con qualche variazione rispetto a ottant'anni fa - ed è popolato da orribili esseri che fanno della propria vita e del proprio mondo un luogo governato da odio, corruzione e ipocrisia, un luogo in cui accettare il passare del tempo è da evitare e in cui non si ha alcuna possibilità di fermarsi a riflettere e osservare perché bisogna fare, correre e, poco importa se ciò che facciamo ci opprime o ci annulla, ciò che conta davvero è guadagnare. Con questo non intendo mettere in discussione l'importanza che il denaro ha da sempre nella vita degli uomini, e nella nostra società ancora di più, ma vorrei attirare la vostra attenzione sul nostro aspetto umano, composto da corpo e mente, di cui troppo spesso tendiamo a dimenticarci.
Come vi ho già rivelato qualche riga sopra, il primo romanzo che ho affrontato, imbattendomici per puro caso attratta dall'elegante copertina, è proprio quello che ha ristabilito la Nemirovsky sul mercato permettendoci di riscoprire questa incredibile autrice oltre, forse, a essere il volume con la storia editoriale più travagliata che la scrittrice abbia prodotto. 


Scritto con inchiostro azzurrino Suite francese sarebbe dovuto essere Il romanzo di Irène composto da quattro parti, di 200 pagine l'una, e di cui le ultime due non sono mai state nemmeno abbozzate. Lei lo sapeva fin dal principio che non avrebbe mai potuto portare a termine la propria opera ispirata alla 5° Sinfonia di Beethoven, eppure non si è mai data per vinta e ha continuato a scrivere fino allo stremo, fino alla fine, con forza, tenacia e consapevolezza. La forza e la potenza della vita è palpabile tra le dense pagine di questo incredibile romanzo - mi vengono ancora i brividi a ripensarci - che racconta con estrema delicatezza di una Tempesta di Giugno in cui una fredda e piovosa Parigi sta crollando sotto la minaccia di una imminente occupazione tedesca e narra con struggente malinconia, in Dolce, di una bruciante passione che lega una "sposa di guerra" a un ufficiale tedesco. Questo è ciò che resta, l'inizio di un grido che avrebbe dovuto scrollare la terra e che, nonostante il suo essere solo il principio, riesce comunque ad avere la forza del tutto e ad arrivare forte alle orecchie senza lasciare alcuna possibilità di fuga. 
Che emozione!
Pubblicato per la prima volta in Francia nel 2004, appare nelle librerie italiane l'anno successivo, riscuotendo un immediato successo e suscitando ammirazione e interesse.
Restando in tema di grandi successi editoriali, parlare del fortunato David Golder, pubblicato in Francia nel '29 e tradotto in Italia nel '30, credo sia un obbligo. 
Infatti, dopo aver letteralmente stregato l'editore Grasset, che si trovò a divorare l'intera bozza del romanzo in una sola notte, anche i lettori dimostrarono di apprezzare la giovanissima penna di una scrittrice tanto arguta e raffinata, una rarità per un'epoca in cui non si poteva credere che anche le donne potessero dare prova di tanta abilità. 
E di bravura nel governare la penna in questo romanzo ce n'è tanta.
David Golder è un pugno nello stomaco, ben tirato, con la giusta intensità e nel punto giusto. 
Sei costretto a piegarti, a rompere il fiato; tu, come David, un uomo d'affari ebreo, ricco, solo, chiuso in se stesso e schiacciato dal peso del denaro e dalla società di cui fa parte che lo trascina giù, sempre più giù, fino al momento del riposo finalmente a casa, sulla riva del Mar Nero, quella amata terra lontana dove tutto ebbe inizio, quella stessa terra che Irène fu costretta a lasciare. In David Golder sono trattati molti dei temi cari all'autrice e che si ritrovano, come un ritornello, tra tutte le storie - che poi sono una, quella dell'essere umano.
Approfittando del grande successo di questo primo romanzo, venne pubblicato Il ballo in cui la fresca penna di una giovanissima Irène si cimenta nella narrazione di una società parigina mondana nella quale lei stessa ha da poco iniziato a muovere i primi passi e in cui anche la famiglia della giovane protagonista sta tentando di affermarsi organizzando un ballo a cui la piccola Antoniette non può partecipare ma di cui ella deve farsi portavoce consegnando personalmente gli inviti a ciascuno dei membri dell'alta borghesia selezionai per l'occasione. La ribelle reazione di Antoniette permise alla scrittrice di avere davanti ai propri occhi il panorama perfetto per dipingere un vero e proprio affresco tragicomico basato sulla commedia del disprezzo e su un difficile rapporto madre-figlia - tema a cui Irène fu sempre molto affezionata.
Poco dopo la pubblicazione de Il ballo, ecco comparire nelle librerie un secondo breve romanzo - già apparso a puntate su rivista nel 1926 - intitolato Il malinteso
Avete presente il momento in cui state stringendo la mano di un/una perfetto/a sconosciuto/a e automaticamente pensate "Questo/a ha dei soldi, se mi va a genio potrei anche provarci". 
Ovviamente sono ironica nell'affermare ciò perché spero sempre nella bontà e nella sincerità delle persone prima di tutto verso se stesse e verso i propri sentimenti, eppure è vero che capita di pensarlo! Beh, in questa storia accade, più o meno, un cosa simile aggravata però dal peso di un vero sentimento amoroso da parte del protagonista, il bello e affascinante Yves, e forse, chissà, corrisposto dall'incantevole Denise. 
Questo non sta a me svelarvelo! Ciò che posso dirvi è che entrambi i personaggi sono molto ben caratterizzati, specialmente nel mostrare il loro essere profondamente diversi l'uno dall'altra eppure bisognosi l'uno dell'altro nel difficile compito di essere testimoni di una guerra tragica, la prima guerra mondiale, e del conseguente declino dell'individuo e del mondo da esso abitato; il desiderio del riposo e del conforto continuamente stuzzicato da una prepotente passione amorosa. 
Poi ecco arrivare il momento di Gladys, femme fatale ispirata all'ammaliante prima donna di L'Atalia di Racine, protagonista di un romanzo - Jazebel, pubblicato nel 1936 e arrivato in Italia solamente nel 2007 - in cui viene raccontata la storia di una donna piacente, borghese, estremamente attraente che sembra non avere alcuna intenzione di accettare i segni che l'inesorabile trascorrere del tempo lascia inevitabilmente al proprio passaggio tanto da rendersi, forse, colpevole dell'omicidio di un giovane ventenne.
Restando sempre sul tema della bellezza e del desiderio di non privarsene mai, ecco che fa la sua comparsa, pronta a scendere con sguardo alto e sicuro i trenta gradini del music-hall, l'intramontabile e indomabile Ida che si troverà a fare i conti con la concorrenza di una giovane e prestante ragazza americana pronta a sostituire l'anziana étoile in un provocante numero senza veli lasciando dietro di sé il "corpo di una vecchia signora coriacea tutta agghindata e truccata".
Erano gli ultimi bagliori di quei famosi anni Venti, Anni Ruggenti. 
Poi tutto iniziò a sfalsarsi, l'uomo stesso iniziò un processo di annullamento verso la propria specie e Irène, accusata tante volte di antisemitismo verso il suo stesso popolo come spiegato poc'anzi, si ritrova a credersi parte attiva di quel grande meccanismo di odio che, proprio all'ora, iniziava a dilagare in modo epidemico. 

Eppure quella era la vita vera e il suo compito era quello di rappresentarla, di criticarla e di permettere al mondo di vedere tutta la forza, il coraggio, l'amore, la compassione, la ferocia, l'ipocrisia, la rabbia che da sempre governano il fragile essere umano.
Irène sapeva fare tutto questo mostrando una delicatezza e una trasparenza senza pari tanto da farle assumere un importante ruolo nella letteratura del Novecento; accolta meravigliosamente dalla critica dell'epoca e particolarmente apprezzata da Paul Reboux - già ammiratore di una giovanissima Colette - Irène diventa una voce irrinunciabile per gli amanti della narrativa contemporanea.
Purtroppo non credo che si possa consigliare un libro in particolare da cui partire, tuttavia ritengo indispensabile mettere in guardia il lettore preparandolo alle forti emozioni celate sotto trame abbastanza ordinarie e lineari; non fermatevi a ciò che leggerete in superficie, permettete piuttosto alla scrittura di penetrarvi, lasciatevi trasportare soffrendo, stupendovi e gioendo con i protagonisti di questi romanzi, persone comuni, come noi.
Tutto dipende dalla vostra sensibilità, qualsiasi sia il volume che sceglierete di affrontare saprà parlarvi a modo vostro, riuscirà a darvi le sensazioni di cui avete bisogno o emozioni dell'intensità che state cercando perché il nostro istinto, almeno in questo, solitamente fa un buon lavoro! 


In memoria di Irène

P.S. 
Credo che ora andrò a iniziare l'ultimo arrivo di Nemirovsky in libreria - I doni della vita - ma non prima di avervi dato qualche indicazione nel caso in cui vi fosse venuta un po' di curiosità.
Come approfondimento biografico vi consiglio la lettura di Mirador. Irène Némirovsky, mia madre scritto dalla figlia Élisabeth Gille e pubblicato in Italia da Fazi Editore.
Sul Blog potete trovare un'intera recensione dedicata a Ida pubblicata nel Novembre del 2017.
In più, qualora voleste sbirciare tra i volumi in traduzione apparsi nel nostro paese, avete di che divertirvi, saltellando tra grandi, piccole e piccolissime case editrici: 


  • Adelphi
  • Mondadori 
  • Feltrinelli 
  • Elliot
  • Newton Compton 
  • Garzanti
  • Passigli 
  • Giuntina
  • Rusconi Libri
  • EDB
  • Via del Vento 
  • Edizioni Clandestine
  • Edizioni Theoria
  • Astoria
  • Eir 
  • Stampa Alternativa

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