Ad ogni ferita il suo cerotto

Mi svegliò una voce dolce. Chiedeva scusa. Il mio sguardo andò a infrangersi di colpo contro sbarre verticali di parole su rettangolini colorati: 􏰀erano i titoli dei libri sullo scaffale. La voce dolce poi diventò una ragazza sui vent’anni. Mi disse che non potevo stare lì per due ordini di motivi: a) la biblioteca chiudeva all’una - era l'una e un quarto; b) non si dorme in biblioteca!

Mauro De Rosa decide di aprire così, con una simpatica immagine, il breve romanzo pubblicato per Antonio Tombolini Editore e dallo strambo titolo Il festival dei cerotti: storie brevi di persone normali alle prese con una vita normale che spesso noi fragili esseri umani tendiamo a nascondere o a dimenticare per evitare che essa provochi, ai nostri deboli cuori, troppo dolore.
Le storie di coloro che sono destinati a diventare i protagonisti di questa breve analisi della quotidianità umana, iniziano a susseguirsi raccontando di strazianti e commoventi stralci di vita atti a far mostra sia dell’oscura capacità dell’essere umano di provare tanto piacere nel provocare dolore o umiliazione sulla pelle e nel cuore di un proprio simile, sia della grande capacità di solidarietà, comprensione e forza che la stessa specie umana riesce a palesare nei momenti del bisogno applicando, appunto, un cerotto sulle proprie ferite per poter essere di supporto a chi di cerotti non può metterne.
Così leggiamo delle dolorose cicatrici di Camilla, giovane fanciulla teneramente amata da quello squinternato ragazzaccio, costantemente ricoperto di lividi vecchi e nuovi, e che non fa altro che recarsi presso la dimora dell’amata per recarle conforto e per trarne esso stesso un po’ di ristoro. Non gli importa delle botte che gli sarebbero nuovamente piovute, come pioggia battente, una volta rientrato a casa; il male provato era profondo, terribile, eppure egli avrebbe continuato ad applicare cerotti sulle proprie ferite per amore della debole e dolce Camilla.
Anita e Rodrigo, giovani sognatori ribelli, sono costretti a mendicare lungo la strada per riuscire a racimolare quel po’ di denaro che avrebbe permesso loro di guadagnarsi un piccolo platano come Anita non ne vedeva da quando aveva abbandonato la sua latina terra d’origine. E, come d'incanto, in una fortunata serata, il prezioso frutto giallo oro si trasforma - con l’utilizzo di un po’ di immaginazione - in una statuetta da Oscar nelle febbrili mani di Anita mentre Rodrigo la osservava in quello che entrambi riconoscono essere un momento di magico riscatto sociale.
Al contrario dei due miserabili, Lola aveva tutto ciò che una donna potesse desiderare: fama, ricchezza e bellezza. Eppure una dose eccessiva di droghe e un bicchiere di troppo strappano alla vita quel dolce e perfetto fiore reso ancora più fragile dal toccante racconto che ne fa colui che condivise la giovinezza con colei che ora può malinconicamente ammirare unicamente sugli enormi cartelloni pubblicitari che se la sono prematuramente portata via.
Olga e Sandro rappresentano l'ordinaria coppia, alle prese con i consueti problemi che un matrimonio o, più in generale, una convivenza posso dare. Coppia normale se non si si considerano gli inquietanti monologhi di Olga relativi alle svariate modalità con cui potrebbe mettere termine alla propria vita nel modo più efficace possibile ma senza creare troppo disturbo all’affezionato Sandro, angelo custode di un’anima perduta e che saprà abilmente salvare.
La rapidissima storia di un incontro amoroso tra lo sconosciuto Diego e l’altrettanto estranea Matilde rappresenta un piacevole intermezzo tra la dura realtà delle vicende raccontate e la futuristica condizione in cui il solitario protagonista dell’ultima storia del breve romanzo, si trova a vivere in compagnia, della tanto perfetta quanto artificiale, moglie Sandra. Infatti, seppur dotata di intelletto e sentimenti, la povera creatura non riesce a comprendere il motivo della segregazione impostale dal marito, il quale nonostante abbia finalmente ottenuto la propria moglie perfetta, sembra vivere in uno stato di malinconia questa sua insolita condizione di carceriere nei confronti di un così perfetto prodotto del progresso tecnologico.
È andata così. Il nostro viaggio era un silenzio-boato quasi religioso in cui noi da blasfemi cullavamo le nostre anime rattoppate con garze e cerotti.

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