Cinque brevi cartoline dell'assurdo

Le librerie di ieri sono diventate le paninoteche di adesso oppure le discoteche: ci si andava per incontrare qualcuno, per scherzare, per dibattere, perché allora si dibatteva tanto e comunque; ci si andava per riempirsi i pomeriggi che non si volevano dedicare in blocco allo studio, ci si andava, inutile negarlo, anche per rimorchiare, in un certo senso, ma non lo dovrei dire perché allora non si diceva così.

L’Italia che trapela in questo breve passaggio è l’Italia degli anni Ottanta, un’Italia attraversata da stravolgimenti politici e movimenti studenteschi.
Un Paese dove nuove importanti questioni sociali iniziano a delinearsi e in cui, invece, i problemi di sempre non fanno altro che acuirsi anzi che risolversi; una nuova voce giovane si sta prepotentemente facendo strada in una società alle prese con tematiche che affronta da sempre, ma che sembrano non fare altro che peggiorare andandosi a mescolare con i nuovi tumulti contribuendo così a rendere l’aria italiana sempre più infiammabile.
Solo pochi luoghi hanno conservato la loro funzione di aggregazione e di confronto come le librerie appunto o i rudimentali campi da calcio realizzati con l’aiuto di intraprendenti parroci a capo di canoniche che ancora rappresentano un punto di raccolta per i giovani italiani. Canoniche in cui uomini coraggiosi, e di profonda fede, decidono celare dure verità legate alla propria infanzia trascorsa tra le fredde mura di un monastero e le calde braccia di un abate che si dimostrò capace di combattere la propria perversione fino al punto di costruire un profondo e nuovo legame con l’aperta consapevolezza di vivere un mistero unico e, a quei tempi, ancora inesplorato.
Assai troppo comuni sono le guerriglie fra bande rivali e i crudeli rituali di iniziazione che accompagnano la vita di giovani ragazzi destinati a diventare, da adulti, persone spregevoli e violente che, troppo spesso, riversano la propria rabbia sulle fragili figure femminili che a essi si accompagnano in un doloroso e vergognoso silenzio. Almeno sino al momento in cui, la fortunata mano della Dea bendata, non darà loro coraggio di riscattarsi e di dimostrare al mascalzone ormai reso impotente su una ferrosa sedia a rotelle, quanto sia stato stolto e quanto sia divertente, adesso, vederlo tremare e diventare rosso dalla rabbia al solo pronunciare di un'innocuo vocabolo: prezzemolo.

Lei entrò difilato in cucina, spostò qualcosa, appoggiò qualcos’altro e la sua voce prese Claudio come in una voragine quando disse: “Stasera ti preparo la trota con il prezzemolo. Ti piace tanto, vero?”

Storie di riscatto sociale dunque, come quella del vecchio vedovo milanese Giuseppe e dei suoi quattro improvvisati coinquilini, tutti immigrati, che attraverso le loro abitudini e i loro racconti, regalano all’arzillo anziano la possibilità di viaggiare pur non muovendosi da casa dimostrando a tutto il palazzo, che li avrebbe volentieri accompagnati fuori dalla porta d'ingresso, quanto possa essere magnifica la convivenza e la condivisione tra uomini di diverse culture, ma pur sempre uomini.

Per lui era come viaggiare nel mondo, pur stando pressoché immobile. Quando, ad esempio, la mattina Orhan insisteva per preparargli il suo caffè alla turca, una tazzina di liquido scuro imbevibile con un fondo sabbioso, lui si immaginava di passeggiare sulle piane dell’Anatolia più orientale, tra minareti, donne velate, turbanti e pastori con le loro greggi fulve. Era, invece, sulle spiagge del Senegal, di fronte all’oceano smeraldino, tra sabbie coralline e vestiti che lo accecavano per il candore come per i colori, quando Youssou si metteva a diteggiare sui suoi piccoli tamburi e articolava una delle sue nenie africane sol sorriso sulle labbra prima che qualche vicino esprimesse il proprio dissenso con altro tipo di percussioni, questa volta sui muri dell’appartamento o da sotto il pavimento.


Bisogna parlar francese con i gatti è una raccolta di brevi racconti scritti composti tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, dal giornalista piacentino - prematuramente scomparso nel 2011 - Giorgio Chiappini, la cui penna scorre rapida, briosa, irriverente e tagliente sul pallido foglio di carta su cui egli dipinge, riga per riga, un breve e ampio periodo della storia di un Paese e del suo confusionario popolo. E lo fa proprio mettendo in risalto le contraddizioni e i non sensi dell’uomo alle prese con una società in continuo movimento e con cui fatica a mantenere il passo. Insomma, questa breve raccolta di racconti, rappresenta una vera e propria collezione - e qui cito le parole della giornalista e amica Patrizia Soffientini - di cartoline dell’assurdo da scoprire e da riflettere per il presente e per i tempi che verranno, facendo tesoro di ciò che un attento osservatore è stato in grado di racchiudere in cinque brevi e attuali racconti di vita vissuta.

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