Un leggendario conflitto

Il movimento, limitato il mattino al solo quartier generale degli Imperatori, estendendosi a mano a mano, aveva raggiunto e tolto dalla loro immobilità anche le ultime molle di quell’immensa macchina militare, comparabile al meccanismo estremamente complicato d’un grande orologio da torre. Una volta dato l’avvio, nessuno più potrebbe fermarlo: la grande ruota motrice, accelerando rapidamente la propria rotazione, trascina con sé tutte le altre: lanciate in piena velocità, senza la minima idea dello scopo da conseguirsi, le ruote s’ingranano, gli assi stridono, i pesi gemono, le figurine sfilano, e le lancette, muovendosi lentamente, segnano l’ora, obiettivo finale conseguito in virtù del primitivo avvio dato a quelle migliaia di ingranaggi, i quali sembravano destinati altrimenti a non uscire più dalla loro immobilità! È così che i desideri, le umiliazioni, le sofferenze, gli slanci d’orgoglio, di terrore, d’entusiasmo, la somma intera delle sensazioni provate da quei 160.000 Russi e Francesi, ebbero come risultato finale, segnato dalla lancetta sul quadrante della storia dell’umanità, la grande battaglia di Austerlitz, la battaglia dei tre Imperatori.

Era il mese di dicembre del 1805 quando le truppe francesi della Grande Armata erano in procinto di scontrarsi violentemente con l’esercito congiunto austro-russo nelle vicinanze di Brno, in Repubblica Ceca, come inevitabile conseguenza di una campagna d’invasione fortemente voluta dall’imperatore di Francia.
Luglio 1805. Dimora della rispettabilissima Anna Pavlovna Scherer - conosciuta anche come Annette - . Mentre fervono i preparativi per il ricevimento voluto dalla padrona di casa, e che si sarebbe tenuto da lì a poco, Anna e il principe Basilio iniziano un’animata discussione in merito alla guerra in atto e delle conseguenti alleanze strette dai russi con i paesi europei. Nella durissima critica mossa da Anna, non viene risparmiato il generale Napoleone, quell’Usurpatore che, vestito con un cappotto grigio, lo stesso che aveva fatto la campagna d’Italia, montato su un cavallino arabo grigio, stava dimostrando una sorprendente astuzia militare. Infine ecco sopraggiungere gli ospiti tanto attesi, ciascuno carico del proprio bagaglio culturale e politico.
Tra tutti i partecipanti presenti alla soirée organizzata da Annette, la penna dello scrittore induce in particolar modo sui membri di due famiglie tra le più in vista di tutta Pietroburgo: i Bolkonskij e i Rostov. Nonostante la forte presenza di queste due potenti famiglie, una terza casata sembrerebbe essere interessata ad entrare a far parte dell’élite pietroburghese. Ecco infatti fare capolino tra la folla il giovane e impertinente Pierre Bezuchov, figlio illegittimo del malato conte Bezuchov. Appena conquistata la notorietà, Pierre viene oscurato dal bello e valoroso principe Andrej Bolkonskij. Mentre il primo eccessivamente abituato al fare e ricevere lusinghe subisce, in corso d’opera, una notevole evoluzione, il secondo mantiene costante il proprio atteggiamento verso il mondo dando prova del proprio coraggio nei confronti della madrepatria, impegnandosi attivamente nell’esercito al fronte, senza tuttavia dimostrare particolare attaccamento alla causa combattuta e allo scempio a cui l’atto della guerra necessariamente conduce.

  • Facciamo la guerra a Napoleone; se ci si batte per la libertà, sarei il primo ad arruolarmi; ma per aiutare l’Inghilterra e l’Austria a lottare contro il più grande uomo del mondo, mai.
  • Se ci si battesse solo per le proprie convinzioni, non ci sarebbero più guerre.
  • Sarebbe una cosa perfetta
  • Può darsi, ma è un fatto che non si verificherà mai
  • Ma  in fin dei conti, perché facciamo la guerra?
  • Perché? Non ne so nulla! Dobbiamo farla, e per giunta io ci vado… [...] Ci vado perché la vita che conduco qui non mi dà alcuna soddisfazione

Una volta abbandonata la caotica dimora di Annette, i personaggi principali iniziano a percorrere il sentiero che il destino avrebbe arbitrariamente assegnano a ciascun uomo. Perciò, mentre Andrej Bolkonskij si prepara a partire per il fronte, Pierre Bezuchov - designato come unico erede dell’ormai deceduto conte - deve iniziare a gestire un ingente patrimonio e un elevato numero di uomini alle sue dipendenze. Questa condizione di transizione viene utilizzata dallo scrittore con lo scopo di innalzare la condizione di un personaggio, che egli individua come il proprio alter-ego, immergendolo in un’atmosfera di malessere interiore dovuta alla consapevolezza delle reali condizioni di vita dei miseri esseri umani costretti a scontrarsi quotidianamente con la propria Morale. Tentare di dare una risposta a questi interrogativi diviene lo scopo ultimo delle azioni del nuovo Pierre Bezuchov.

« Che cosa è male? Che cosa è bene?...Che cosa bisogna amare? Che cosa odiare?...Perché viviamo? Che cos’è la vita? Che cos’è la morte?...Qual’è la forza sconosciuta che governa il tutto? »
Egli non trovava risposta a tali domande, salvo una che non era affatto una risposta: « La morte! Perché allora tu saprai tutto, oppure cesserai d’interrogare... » ma era terribile, morire. [...] Gli sembrava di essersi guastato solo perché aveva dimenticato, inconsapevolmente, tutta la dolcezza che si racchiude nel bene. I suoi dubbi erano dissolti: egli credeva fermamente all’unione fraterna di tutti gli uomini, e all’unica missione di aiutarsi reciprocamente sul cammino della virtù. In tal guisa egli intendeva l’ordine e i principi della massoneria.

Finalmente libero dal dubbio che tanto lo opprimeva, egli decide di liberare i propri contadini dalla servitù della gleba, ma a causa di tranelli tesi ai suoi danni da parte dei suoi amministratori, non riuscirà ad ottenere alcun risultato.
Nel medesimo tempo alla trasformazione compiuta dal rampollo dei Bezuchov, Andrej Bolkonskij, infortunatosi gravemente in battaglia, è costretto a ritornare presso la propria dimora per dedicarsi all’amministrazione delle proprie terre iniziando a frequentare regolarmente la casa dei Rostov. Lì si incontra finalmente con colei che sarà in grado di stregare il suo arido cuore di vedovo: Nataša Rostov. Incuranti della notevole differenza d’età, i due tentano di combinare le proprie nozza ma una dura condizione imposta ai due dal padre di lei, segnerà la fine di un romantico amore che solamente nel duro momento del distacco dovuto al decesso di Andrea di ritorno dal fronte, riesce a far nuovamente sbocciare.
Nel frattempo Napoleone riesce a penetrare nelle stanche e deboli linee russe compiendo strazianti stragi narrate dagli increduli occhi di Pierre, impegnato nelle retrovie insieme agli addetti di una batteria di artiglieria e folle di rabbia, tanto da arrivare a tentare l’impossibile: egli si avventò sul generale con l’intento di assassinarlo ma viene prontamente fermato e fatto prigioniero. In questa sua sottomessa condizione egli deve assistere al saccheggio della propria città e a scempi di ogni genere. Almeno fino al momento in cui un gruppo di partigiani russi in movimento verso quello che rappresenterà il contrattacco russo decisivo guidato dai cosacchi, non riuscirà a liberarlo e a permettergli di ritornare da Nataša Rostov che sarebbe diventata di lì a poco sua moglie dipingendo un epico epilogo in cui morte e vita, guerra e pace dichiarano di essere stati, fin dall’inizio della narrazione gli indiscussi protagonisti di un romanzo in cui rappresentazione storica e meditazione filosofica si intrecciano alla perfezione creando una base perfetta per una storia altrettanto spettacolare.

Parecchi storici affermano che i francesi furono sconfitti a Borodinò perchè, quel giorno, Napoleone aveva un potente raffreddore. Senza quel raffreddore i suoi piano avrebbero avuto, durante la battaglia, l’impronta del genio, la Russia sarebbe stata perduta e il mondo avrebbe mutato faccia! Se il dare o no battaglia a Borodinò fosse dipeso soltanto dalla volontà di Napoleone, sarebbe evidente che quel raffreddore, paralizzando le sue azioni, ha salvato la Russia e che il cameriere che il 25 dimenticò di dare al padrone gli stivali impermeabili è stato il nostro salvatore!

Pubblicato per la prima volta nel 1865, successivamente rivisto e ristampato tra il ‘67 e il ‘69, Guerra e Pace - edito dall’Editoriale Lucchini di Milano - racconta di una Russia insicura, disunita, caotica ma nello stesso tempo valorosa e pronta ad accettare le conseguenze delle proprie azioni che nessuno come questo autore riuscì a descrivere.
Attraverso una scrittura magistrale Lev Tolstoj, maestro indiscusso della letteratura russa Ottocentesca, regala ai lettori uno tra i più bei romanzi storici di tutti i tempi che racchiude tra le sue innumerevoli pagine tutta la drammaticità,l’ironia e il fatalismo provata da un uomo tra i più controversi della propria epoca.
Descrizioni a regola d’arte, perfette in ogni particolare e cariche di sentimento in grado di suscitare intorno al lettore le medesime sensazioni da lui descritte e vissute dai personaggi del romanzo; esempio lampante ne è la descrizione che compie il principe Andrej Bolkonskij quando, trasportato semisvenuto su di una barella, descrive una tra le scene più tragiche presenti nel testo.

Il giorno moriva. Sull’argine ristretto di Ahues, per una lunga serie di anni tranquilli, il buon vecchio mugnaio, col berretto di cotone, aveva gettato la lenza nello stagno, mentre il suo nipotino, con le maniche della camicia rimboccate, si divertiva a immergere la mano nel grande innaffiatoio dove guizzavano i pesci argentei; su questo stesso argine, sotto l’occhio del contadino moravo con il berretto di pelliccia e la tunica turchina, enormi carri erano passati lentamente, un anno dopo l’altro, portando al mulino ricchi covoni di frumento e ripartendone con grossi sacchi di farina bianca e leggera, la cui fine polvere ondeggiava al vento; e, ora, su quello stesso argine si vedeva una folla d’uomini stravolti, smarriti, che si spingevano, si urtavano, si schiacciavano sotto gli zoccoli dei cavalli, le ruote dei carriaggi, degli avantreni, calpestavano i morenti, per andare a farsi ammazzare pochi passi più lontano. Ogni dieci secondi, una palla di cannone o una granata cadeva e scoppiava in mezzo a quella folla compatta, uccidendo e schizzando di sangue tutti coloro che erano nel suo raggio.

Da lì a poco si sarebbe consumata una vera e propria catastrofe in cui molti soldati sarebbero per sempre scomparsi, inghiottiti da un vorace lago ghiacciato.  
Una narrazione unica nel suo genere, in cui le vicende degli uomini singoli sono utilizzate per poter, in realtà, compiere un’analisi assoluta di due concetti che davvero vestono i panni dei protagonisti di questo affascinante romanzo: la Guerra e la Pace.

Gli avvenimenti perciò sono stati provocati da una serie di cause, e non dall’una o dall’altra in particolare: si sono verificati perché doveva essere così: Milioni di uomini dovevano muoversi dall’Occidente verso l’Oriente per massacrare i loro simili, così come, molti secoli prima, valanghe di uomini si erano spostate dall’Oriente verso l’Occidente, distruggendo ogni cosa sul loro passaggio!  

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