Essere BANALMENTE uomini


fotoCorreva l'anno 1961 e a Gerusalemme stava per aver luogo un evento che avrebbe successivamente sconvolto la vita di molti, ebrei e non solo, i quali si sarebbero trovati costretti a combattere un nemico che probabilmente non si sarebbero mai aspettati di dover affrontare: la terribile e inquieta Giustizia. Dea dell'antichità da sempre rappresentata con una bilancia nella mano destra e una spada al fianco sinistro tenuta ben salda dalla ferma mano, regnò sull'uomo con estrema imparzialità ed equità, almeno fino al momento in cui il cuore e lo spirito degli esseri viventi non si corruppe permettendo al male di farsi strada tra di essi costringendo la Giustizia all'esilio nei cieli.
Giustizia e XX secolo; cos'è che lega questi due termini nel corrotto mondo contemporaneo? Cosa si intende oggi con il termine Giustizia? Chi è l'uomo per giudicare i propri simili secondo la Giustizia - costantemente influenzata per altro dal corrotto essere umano-? Secondo quale diritto si espressero i giudici della corte di Gerusalemme che condannò all'impiccagione il gerarca nazista Adolf Eichmann sostenendo di aver finalmente ´fatto giustizia`?
Queste furono le domande che la Arendt rivolse prima di tutto a se stessa e successivamente a tutti coloro che lessero il reportage da lei redatto, nel 1962, per conto della rivista newyorkese The New Yorker. La reazione fu devastante tanto che la stessa comunità ebraica accusò il filosofo di negazionismo nei confronti della Shoah; non solo, poiché anche la comunità statunitense si espresse in merito mostrando disprezzo e incomprensione nei confronti di un atteggiamento di giustificazione e perdono nei confronti di un uomo considerato per i propri atti un abominio della natura. Ciò che di tutta la vicenda colpisce lo studioso è la fermezza con la quale la Arendt non si arrese di fronte al disprezzo comune ma cercò invece di giustificare le proprie azioni e di chiarire la propria posizione nei confronti della vicenda Eichmann.
I testimoni, gli spettatori e i giornalisti avevano ormai occupato le proprie posizioni; venne annunciato l'ingresso dell'imputato e poco dopo Eichmann apparve all'interno di una gabbia di vetro costruita appositamente per l'occasione. Bastò già questa visione per turbare l'animo di Hannah, la quale iniziò a prestare estrema attenzioni agli atteggiamenti assunti dal gerarca. Dopo pochi minuti l'attenzioni della Arendt e di tutti coloro che si trovavano all'interno dell'aula di tribunale fu catturata dall'ingresso dei membri della giuria, interamente composta da rappresentanti ebrei – condizione che si rivelerà essere tutt'altro che ininfluente ai fini della sentenza finale del processo -.
Mentre il giudice si prestava a elencare gli innumerevoli atti di accusa, Eichmann pareva stranamente calmo, anzi attento e volenteroso di riportare con estrema precisione tutte le azioni da lui compiute o che lo potessero coinvolgere da vicino. Era afflitto da un tremendo raffreddore, osservò la Arendt, e non faceva latro che ripetere la stessa frase quasi come fosse un ritornello nella sua mente malata:
con la liquidazione degli ebrei io non ho mai avuto a che fare; io non ho mai ucciso né un ebreo né un non ebreo, insomma non ho mai ucciso un essere umano, proprio non l'ho mai fatto. È andata così...non l'ho mai dovuto fare – lasciando intendere chiaramente che avrebbe ucciso anche suo padre se qualcuno glielo avesse ordinato.
Giunti a un simile livello di degenerazione mentale, gli uomini si dimostrerebbero incapaci di utilizzare correttamente la propria mente cadendo preda di un ragionare contorto; infatti essi - gli assassini - inizierebbero a pensare nel modo seguente:
che orribili cose devo vedere nell'adempimento dei miei doveri, che compito terribile grava sulle mie spalle!
Questo atteggiamento di cieca obbedienza mostrerebbe - sempre secondo l'analisi della Arendt - che il nuovo secolo si sarebbe dimostrato capace di creare una nuova tipologia di uomo, un uomo qualunque incapace di prendere qualsiasi decisione e di ribellarsi a errate imposizioni sia morali che politiche. Sarebbero dunque proprio questi individui ad avere generato un male senza pari, un male banale che andrebbe oltre al terribile male radicale (teorizzato nell'immediato dopoguerra dalla stessa Arendt nel celebre testo Le origini del totalitarismo).
Come giudicare dunque questa nuova specie umana tanto terribile quanto apparentemente banale? Su quali basi e attraverso quali accuse condannare Eichmann?
Adolf Eichmann andò alla forca con gran dignità. Aveva chiesto una bottiglia di vino rosso e ne aveva bevuto metà. Rifiutò l'assistenza del pastore protestante che si era offerto di leggergli la Bibbia: ormai gli restavano appena due ore di vita, perciò non aveva “tempo da perdere”. Percorse i cinquanta metri dalla sua cella alla stanza dell'esecuzione calmo e a testa alta, con le mani legate dietro la schiena. Quando le guardie gli legarono le caviglie e le ginocchia, chiese che non stringessero troppo le funi, in modo da poter rimanere in piedi. “Non ce n'è bisogno”, disse quando gli offersero il cappuccio nero. Era completamente padrone di sé, anzi qualcosa di più: era completamente se stesso. Nulla lo dimostra meglio della grottesca insulsaggine delle sue ultime parole. Cominciò col dire di essere Gottglaubierg, il termine nazista per indicare chi non segue la religione cristiana e non crede nella vita dopo la morte. Ma poi aggiunse: “Tra breve, signori, ci rivedremo. Questo è il destino di tutti gli uomini. Viva la Germania, viva l'Argentina, viva l'Austria Non le dimenticherò.” Di fronte alla morte aveva trovato la bella frase da usare per l'orazione funebre. Sotto la forca la memoria gli giocò l'ultimo scherzo: egli si sentì ´esaltato` dimenticando che quello era il suo funerale. Era come se in quegli ultimi minuti egli ricapitolasse la lezione che quel suo lungo viaggio nella malvagità umana ci aveva insegnato – la lezione della spaventosa, indicibile e inimmaginabile banalità del male.
La corte di Gerusalemme riteneva in questo modo di avere esaurito la propria sete di giustizia? I giudici erano dunque in grado di ammettere, di fronte alla propria coscienza, di avere fatto giustizia? Eichmann doveva essere condannato, ma non giudicato sulla base della propria condotta morale bensì unicamente analizzando e tenendo in considerazione le azioni effettivamente da lui compiute.
Noi qui ci occupiamo soltanto di ciò che tu hai fatto, e non dell'eventuale non-criminalità della tua vita interiore e dei tuoi motivi, o della potenziale criminalità di coloro che ti circondavano. Tu ci hai narrato la tua storia presentandocela come la storia di un uomo sfortunato, e noi, conoscendo le circostanze, siamo disposti fino a un certo punto ad ammettere che in circostanze più favorevoli ben difficilmente tu saresti comparso dinanzi a noi o a qualsiasi altro tribunale. Ma anche supponendo che soltanto la sfortuna ti abbia trasformato in un volontario strumento dello sterminio, resta sempre il fatto che tu hai eseguito e perciò attivamente appoggiato una politica di sterminio. La politica non è un'asilo: in politica obbedire e appoggiare sono la stessa cosa. E come tu hai appoggiato e messo in pratica una politica il cui senso era di non coabitare su questo pianeta con il popolo ebraico e con varie altre razze […], noi riteniamo che nessuno, cioè nessun essere umano desideri coabitare con te. Per questo, e solo per questo, tu devi essere impiccato.
Fu questa, secondo la Arendt, la vera sentenza di condanna di quel gerarca nazista che tanto l'aveva spaventata in passato quanto divertita e delusa nel presente.

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